Un grande e illustre passato (heritage direbbero gli “albionici”) e un futuro incerto e tutto da decifrare.

Questo, in due righe, è il sunto di quanto emerso sulla Lancia dal piano prodotto presentato dall’ a.d. FCA Sergio Marchionne agli azionisti.
La Casa di Torino-Chivasso, dopo 111 anni di storia segnati da due elementi-cardine, innovazione ed eleganza a prezzi non da “supercar” (senza dimenticare la sportività HF, esemplificata splendidamente dai gloriosi trascorsi rallystici), vede in gamma un solo modello, la Y (declinata fino al 2014 con il marchio Chrysler nel mercato britannico, causa “cattiva nomea” creatasi per effetto di alcuni modelli che, tra metà anni ’80-inizio ’90, mostravano una “propensione  sciagurata” ad arrugginirsi, per problemi di qualità sui lamierati), con il solo mercato italiano come “teatro” dei suoi (comunque positivi) exploit commerciali (+30% di esemplari venduti, a Luglio 2016 rispetto all’anno precedente).
E per un marchio che, in passato ha sempre potuto contare su una gamma articolata e di successo (che andava di pari passo con i contenuti innovativi: passando dalla Lambda degli inizi, prima auto di serie con scocca portante, all’Aurelia, con il suo splendido 6 cilindri a V concepito da Vittorio Jano, alla pluri-iridata nei rally mondiali Delta, fino all’esclusiva Thema 8.32 motorizzata Ferrari, a cui Lancia, nel 1956, cedette le sue monoposto D50 che diventeranno poi iridate sotto le insegne del Cavallino), questa “penuria di prodotto” equivale sicuramente a un “de profundis” difficile da digerire  per tutti gli appassionati del marchio.
Ma come si è giunti a tutto questo?
Lampanti sono i trascorsi degli ultimi anni, dove il management italo-americano cercò di rivitalizzare Lancia “rimarchiando” con il suo logo modelli d’origine Chrysler (la 300, la Voyager e la 200, ribattezzate rispettivamente Thema, Lancia Voyager e Flavia, quest’ultima in versione solo cabrio), che scarsamente incontravano la domanda del pubblico “lancista” e che, ancor più gravemente, non presentavano alcun elemento in comune con il “DNA Lancia”.
Ma forse i primi segni di crisi abbiamo potuto constatarli già nel 1999, con la commercializzazione della Lancia Lybra, auto concepita molti anni prima come sostituta dell’apprezzatissima Dedra e arrivata all’appuntamento con i mercati in colpevole ritardo, risultando di fatto già “superata”, soprattutto nella linea, molto “austera” e priva di quella personalità posseduta dalla meglio riuscita antenata.
Il “colpo di grazia” fu poi assestato dall’insuccesso (più o meno parziale) delle eredi della gloriosa Delta

 

(con la versione del 2008, su pianale Bravo, leggermente più positiva nei numeri di vendita) e da quello dell’ammiraglia Thesis, auto che, nonostante i contenuti tecnici d’alta scuola e una linea fuori dai classici stilemi automobilistici, non è stata “capita” (o forse, non è stata adeguatamente supportata in ambito promozionale) dal pubblico automobilistico.
Fino ad oggi, solo la Y (supportata fino a qualche anno fa dalla piccola multispazio del segmento B, la Musa, particolarmente apprezzata, come la sua sorella più “piccola”, dall’utenza femminile) hanno tenuto “a galla” lo storico marchio, mentre ci si appresta (nel 2018) alla sua uscita di scena in favore della nuova generazione del modello.
Sempre che in FCA venga dato il “disco verde” definitivo: il modello sembra ormai definito nelle linee-guida principali, ma il suo destino sembra legato a doppio filo con quello dell’ipotizzata “500 5 porte”(altro modello del segmento B dove regna la più assoluta incertezza da parte dei vertici di Torino-Detroit, “spaventati” dagli investimenti necessari a fronte della possibilità d’entrate non sufficienti a ripagarli), di cui dovrebbe adottare il pianale.
Sicuro è che un eventuale insuccesso sancirebbe la “morte” definitiva del marchio.
E qui nasce la provocazione: siamo proprio sicuri che sia così difficile “investire” sull’immagine di un marchio carico di storia e di valori tecnici e tecnologici riconoscibili e “identitari”, per gli appassionati d’auto, come è quello Lancia?
E siamo sicuri che “là fuori”, tra i vari grandi Gruppi automobilistici che fanno a gara per acquisire simili “patrimoni storici” (per vendere e dare risalto al gruppo che li possiede, non solo per “sfoggiarli” come gioielli bellissimi ma “inusabili”), non ve ne sia qualcuno disposto a riportare lo “scudetto Lancia”, attraverso investimenti “robusti” e sistematicamente pianificati, agli antichi fasti?

di Giuseppe Saba (Twitter: @saba_giuseppe)