Dal 2023 Mattia Binotto sarà più il Team Principal della Ferrari: un ruolo per il quale, negli quattro anni, ha mostrato di non essere tagliato.

Allo scoccare della mezzanotte del 1 gennaio 2023 Mattia Binotto non sarà più il Team Principal della Ferrari. Si chiuderà così, ventotto anni dopo il suo inizio, l’avventura all’interno della Scuderia del manager italo-svizzero, che dopo l’assunzione come ingegnere nella squadra test ha scalato tutte le gerarchie della piramide di Maranello fino a raggiungere il ruolo più ambito e, allo stesso tempo, più delicato: quello di capo della Gestione Sportiva. Un’ascesa verticale, resa possibile solo dalle grandi capacità dimostrate da Binotto in tutti i ruoli ricoperti: da quello di ingegnere durante l’epopea del team guidato da Jean Todt (1997-2003) a quello di Direttore Tecnico (2016-2019), ottenuto grazie al suo ottimo lavoro nel reparto propulsore (2004-2015).

La competitività dei progetti da lui avallati nel 2017 e 2018, la SF70-H e la SF71-H, non ha poi fatto altro che aumentare le credenziali all’interno dell’azienda e a livello mediatico del manager italo-svizzero. E, quando il regime giacobino di Maurizio Arrivabene è inevitabilmente giunto alla conclusione per volere delle alte sfere dell’azienda e come lascito dell’ex CEO Sergio Marchionne, Binotto rappresentava la scelta più logica non solo per la sua ottima reputazione, ma anche perché, seguendo le voci dell’epoca, aveva ricevuto offerte quasi irrinunciabili da almeno un’altra scuderia. Proposte che l’ormai ex Team Principal della Ferrari avrebbe rifiutato solo con una promozione a capo della Gestione Sportiva, che puntualmente arrivò, senza tuttavia la rinuncia alla carica di Direttore Tecnico. Da questi presupposti parte il suo ambizioso progetto di accentramento del potere all’interno della Scuderia, nella quale si inizia a faticare a distinguere le varie responsabilità.

Ferrari F1 Binotto

Col senno di poi, si può affermare che questo progetto è miseramente fallito. Il peso che queste due cariche fondamentali hanno sulle spalle di una singola persona è insostenibile, e a questo vanno aggiunte le innegabili mancanze di Binotto come Team Principal. Nonostante si tratti di un ruolo generalmente sopravvalutato, il capo di una scuderia deve possedere delle qualità specifiche: deve essere capace e inflessibile a livello politico, abile nella comunicazione, in grado di far funzionare tutti i reparti in armonia e, nei casi più virtuosi come quello di Toto Wolff in Mercedes, creare una vera e propria cultura all’interno del team. L’italo-svizzero ha certamente dato il massimo, da vero uomo Ferrari, ma in alcune circostanze non ha mostrato l’abilità necessaria e non ha retto il confronto con giganti come l’austriaco, Christian Horner o Andreas Seidl.

I casi di sconfitte politiche della Rossa durante la gestione Binotto non sono pochi: dal patto segreto con la FIA sulla controversa Power Unit del 2019 e le conseguenti Direttive Tecniche (che ancora oggi hanno pesanti conseguenze sulla competitività delle vetture di Maranello), alla DT039 introdotta a metà 2022 e, secondo alcuni, cruciale nel declino prestazione della F1-75 e dell’ascesa della Mercedes. I problemi comunicativi sono invece sotto gli occhi di tutti: troppe volte le parole di Binotto sono sembrate o eccessivamente concilianti quando sembrava necessario essere inflessibili o contraddittorie. Non vanno poi dimenticate le figuracce, già non rare sotto Arrivabene, della Scuderia con la stampa: solo negli ultimi mesi, il Cavallino Rampante si è reso protagonista di un infantile silenzio stampa dopo dei disaccordi nel post-gara del GP di Ungheria, di fughe di notizie (come le indiscrezioni su Binotto o i leak sulla F1-75) e di una sfuriata sgarbata e scorretta contro i giornalisti da parte dello yes-man Ferrari per eccellenza.

Il mito del team in costante crescita, riproposto da Binotto anche nel comunicato d’addio, non regge più. La verità è che la Scuderia di Maranello, visti i privilegi e le risorse economiche, tecniche e infrastrutturali di cui dispone, dovrebbe lottare costantemente per il titolo e, per una ragione o un’altra, dal 2019 al 2022 non c’è mai riuscita, vivendo nel frattempo un digiuno autoinflitto (in seguito al caso-Power Unit) di due anni e mezzo. Le somiglianze tra le ultime stagioni sotto Arrivabene e sotto Binotto sono, in realtà, molteplici: in entrambi i casi si hanno difficoltà a livello operazionale, gli sviluppi non hanno funzionato, le dinamiche tra i piloti sono state gestite in maniera superficiale e la comunicazione, seppur in maniera diversa nelle due situazioni, è stata fallace. La sensazione reale è che, nonostante la leadership e la cultura ad alto livello siano cambiate, il team soffra degli stessi cronici problemi da più di un ciclo manageriale.

Ferrari F1 Binotto
Foto: Alessandro Martellotta per newsf1.it

L’unica reale differenza è stato proprio il tentativo di Binotto di indirizzare la Scuderia verso una no-blame culture ispirata a quella della Mercedes, sulla scia delle scorie lasciate dal regime di Arrivabene. Nelle occasioni in cui la Rossa ha commesso chiari errori, però, la riluttanza del manager italo-svizzero ad ammettere e discutere gli errori nelle interviste ha spesso fatto pensare che in Ferrari domini una cultura no-responsibility, in cui il fattore umano è subordinato a quello tecnologico. La svolta post-2018 rappresenta sicuramente un passo avanti rispetto al duro periodo di Arrivabene, anche se in molti riportano che Binotto abbia pochi alleati all’interno della Scuderia. A livello superficiale, però, la Scuderia sembra essere passata da un estremo all’altro: da un’esagerata responsabilizzazione dei singoli ad una generale deresponsabilizzazione.

L’addio di Binotto non rappresenta però una notizia di cui gioire per i tifosi della Ferrari. La Rossa perderà infatti a vantaggio della concorrenza un manager e un tecnico di livello assoluto, che arriverà rinforzato da un’esperienza quadriennale (positiva o negativa, poco importa) a capo del team più prestigioso della F1, nel quale ha militato per ventotto anni. Almeno a breve termine, la Rossa non troverà un successore che rappresenti un oggettivo upgrade rispetto all’italo-svizzero, poiché è risaputo che personaggi del calibro di Horner e Seidl hanno già declinato l’offerta di John Elkann. E la ricerca da fare è duplice: bisogna trovare anche un nuovo Direttore Tecnico, visto che Binotto aveva accentrato su di sé i due ruoli più importanti. Un compito complesso e delicato, mentre per l’ex Team Principal della Ferrari sarà ben più semplice scegliere la sfida che più lo stimola.

Foto copertina: Alessandro Martellotta per newsf1.it

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