Dopo quasi 3 tre mesi dal rocambolesco Gp del Canada, Emanuele Pirro esce allo scoperto. In questo weekend, inoltre, egli ritorna ad avere un ruolo nella Direzione di gara

Subissato di improperi, insulti e persino minacce, l’italiano cinque volte vincitore a Le Mans (e tanto altro ancora in una carriera che richiederebbe un libro per essere raccontata) ha deciso di rompere il proverbiale riserbo che lo contraddistingue ed ha concesso una lunga intervista esclusiva a FormulaPassion nel corso della quale spiega perché ha dato parere favorevole alla penalizzazione di cinque secondi a Vettel. Di seguito vi è l’intervista che i nostri colleghi hanno tenuto ad Emanuele Pirro.

Lo rifaresti? E poi: cosa rispondi alla valanga di melma che ti è rovinata addosso?

“Ho basato non solo la mia carriera automobilistica ma la mia stessa vita – esordisce Emanuele Pirro – sul mettermi in discussione e sull’equità della penalizzazione non ho mai avuto il minimo dubbio. Se l’avessi avuto, non l’avrei attribuita. Ripensandoci tutta la notte seguita al Gp del Canada sono sempre giunto alla conclusione che la penalizzazione a Vettel era sacrosanta. Per fortuna, quella è sempre stata fuori discussione”

Nel pieno del ‘casino’, il giorno dopo il Gp del Canada, Emanuele Pirro ha ricevuto molte telefonate di sostegno ma una in particolare gli ha fatto molto piacere: quella di Jean Todt.

“Sì. Il Presidente della Federazione mi ha chiamato per sapere come mi sentivo e per darmi il suo appoggio e la sua solidarietà. A quel momento gli insulti erano già abbastanza noti e divulgati. La percezione dell’accaduto è stata talmente negativa che dall’episodio ha perso un po’ tutta la Formula 1, compresa la Mercedes, perché purtroppo molti non hanno capito la decisione mia e degli altri tre commissari che erano con me. E allora, visto che la salute del motorsport è quella che mi sta più a cuore, ho pensato: se tornassi indietro non lo rifarei. Perché non ho fatto un buon servizio al motorsport. Ho fatto un buon servizio alla giustizia dello sport ma non all’immagine delle corse. L’ho detto al Presidente e Todt mi ha dato una risposta che mi ha aperto il cuore: ‘Non pensarla così, perché la cosa più importante è fare la cosa giusta. Anche se può costare caro. Bisogna sempre essere a posto con la coscienza. Ricordati: la miglior cosa che si può fare è fare la cosa giusta’. Parole che mi hanno toccato. Certo, anche dopo tanto tempo, non posso dire che penso agli insulti con un sorriso”.

Ma c’è un’altra cosa che a Pirro proprio non va giù…

La cosa che mi ha veramente deluso e in qualche modo mi ha aperto gli occhi sono state la poca competenza e la superficialità con la quale una parte dei media ha descritto la vicenda, riportando fatti diversi dalla realtà. E senza nemmeno interessarsi a capire meglio, a freddo, con calma, dopo, cosa c’era dietro la mia decisione e quella degli altri tre steward”.

Senti di voler dire qualcosa a queste persone?

“A quelli che sono in malafede, che in stile vorrei dire calcistico hanno scritto e parlato cercando solo la polemica o i consensi facili e scontati da parte della tifoseria ferrarista, non dico un bel niente. Perché quello che avrei da dire non lo vorrebbero ascoltare. A quelli che hanno scritto o hanno detto quello che hanno detto perché non ne sapevano di più, direi alcune cose. Primo: il mio numero di telefono ce l’hanno tutti e tutti mi possono raggiungere. Se c’è qualcosa che pensano di non aver capito o vogliono approfondire, possono telefonarmi. Così non si limitano a fare commenti basandosi su impressioni superficiali ma approfondendo le questioni. Ho passato parecchie ore a rispondere ad ognuno degli sconosciuti che con educazione mi hanno chiesto spiegazioni”.

Torniamo una volta per tutte sul fattaccio: perché hai – avete – deciso per i 5 secondi di penalizzazione a Vettel in Canada?

“La regola è chiara: chi esce di pista può rientrare, se è in grado di farlo, a patto che agisca in sicurezza e senza trarre un vantaggio: cercare di mantenere a tutti i costi la posizione significa trarre un vantaggio. Innanzitutto io ho voluto subito capire quanto la manovra di rientro di Vettel ha impedito il sorpasso ad Hamilton. E lì ho visto dalla telemetria, in tempo reale, che il pilota della Mercedes aveva ripetutamente agito sui freni fino a ridurre la sua velocità di oltre 70 chilometri orari. Se non avesse dovuto frenare per evitare una collisione avrebbe facilmente superato Vettel. La seconda cosa che ho cercato di capire è stata perché Vettel aveva seguito quella traiettoria. E allora sono andato a controllare l’apertura della farfalla dell’acceleratore della sua Ferrari. E ho visto che dal momento in cui è finito sull’erba, dopo un rapidissimo accenno di controsterzo, ha subito iniziato ad accelerare. Cercando di minimizzare la perdita di tempo. Come avrebbero fatto tutti, me compreso”.

Quindi Vettel aveva il controllo della macchina?

“Ha fatto un controsterzo perfetto e ha rimesso diritta la sua monoposto, che è l’unico modo per ‘sopravvivere’, agonisticamente, ad un’escursione sul prato. Nel momento che ha avuto la macchina diritta, la sua priorità non è più stata quella di non girarsi ma quella di non perdere la posizione, accelerando il più possibile. L’avrebbero fatto tutti. Vettel ha perso il posteriore per un attimo, poi ha subito pensato a rimanere in testa. Ed ha ‘tagliato la strada’ ad Hamilton quanto bastava a farlo frenare senza provocare un incidente. Del resto, questi non sono campioni del mondo per caso. Sanno bene quello che fanno”.

Quindi lo ha fatto volutamente?

Sì: Vettel ha chiuso Hamilton. E’ un dato di fatto, si vede dalle immagini. Ma la nostra domanda era: lo ha fatto volontariamente o perché la sua Ferrari era fuori controllo? E, ripeto, quando tu vedi la farfalla dell’acceleratore aperta capisci che il pilota ha il controllo del mezzo. Molti hanno sottolineato che lui non ha mai girato il volante verso destra: non ne aveva bisogno. Le due macchine, infatti, avevano traiettorie convergenti di trenta gradi: stavano dirigendosi l’una verso l’altra, bastava andare diritti. Se voleva essere sicuro di non andare addosso ad Hamilton o no rallentarlo, Vettel avrebbe dovuto sterzare a sinistra”.

Molti hanno paragonato l’episodio Vettel-Hamilton Gp Canada 2019 con quello Hamilton-Ricciardo Gp Monaco 2016. Anche in quell’occasione tu eri steward e la non penalizzazione ad Hamilton fece storcere il naso a molti…

“Sempre nell’ottica di non voler approfondire, tanti hanno paragonato i due episodi ma in realtà non hanno nulla a che vedere perché Ricciardo, analizzando la telemetria e le immagini, non era nemmeno arrivato a poter tentare il sorpasso ad Hamilton. Capisco che dalle riprese frontali la manovra di Hamilton poteva sembrare da sanzionare ma in realtà Ricciardo, sulla destra, ha trovato umido e bagnato, quindi non è stato Hamilton a chiudere Ricciardo verso il rail ma Ricciardo ha preso una pozzanghera perdendo tutto il vantaggio dell’accelerazione ed ha dovuto desistere dal tentativo di sorpasso: nessuna colpa del pilota Mercedes”.

Tu e Vettel vi siete chiariti?

“Sì. Lui è stato molto carino. Al Gp successivo al Canada, nel paddock, mi è arrivato da dietro in bicicletta, mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha stretto la mano. Ci siamo detti: ‘Prendiamo un caffé insieme? Sì volentieri’, poi non è successo perché non l’ho più cercato, per non disturbarlo. Ha fatto un bel gesto che non era richiesto e non è stato casuale. Il problema del Canada è venuto dal resto del mondo. Con la Ferrari nessun problema. Camilleri ha dato dichiarazioni sportivissime. Binotto idem. Non mi posso aspettare che siano d’accordo ma quando dicono ‘Accettiamo la decisione’ che altro c’è da aggiungere? Hanno capito benissimo che a me è dispiaciuto moltissimo, da sportivo e da italiano”.

Inoltre Emanuele è stato supportato anche da Renè Arnoux

Dopo il Canada, fra gli altri, mi ha chiamato René Arnoux – ci svela Emanuele – e la cosa mi ha fatto davvero piacere. Mi ha detto che gli dispiaceva per quanto era successo ed ha aggiunto: ‘Pochi hanno capito che cosa è successo in Canada. Ai miei tempi queste cose non sarebbero accadute’. Quella sfida è sempre stata l’esempio di come si dovrebbe correre ruota a ruota rispettandosi. Arnoux, inoltre, mi ha detto: ‘A Digione ho messo la mia vita nelle mani di Gilles e Villeneuve ha fatto altrettanto. Sapevamo che il rispetto non sarebbe mai mancato e che potevamo fidarci uno dell’altro’. Aggiungo che correre lealmente non significa correre senza dare spettacolo. Il duello fra Albon e Kvyat, compagni di squadra, in Ungheria è la prova che se uno applica il regolamento come si deve le corse non ci perdono ma, anzi, ci guadagnano”.