Durante le qualifiche del GP di San Marino 1994 perse la vita il pilota austriaco della Simtek

Come ogni anno siamo arrivati al periodo più difficile, più buio per tutti gli appassionati di motori e non solo. La tre giorni di Imola del 1994 ha segnato inesorabilmente la storia del mondiale di Formula uno e ci piace ricordare con affetto due piloti che tra di loro avevano pochissimo in comune, ma che hanno condiviso un destino infame a distanza di appena 24 ore. Stiamo ovviamente parlando di Roland Ratzeberger e del campionissimo Ayrton Senna, scomparsi sull’autodromo Enzo e Dino Ferrari in quel funesto fine settimana di primavera inoltrata.

La giornata odierna, il 30 aprile, è dedicata al ricordo di Roland. L’austriaco era nato a Salisburgo, la città di Mozart, il 4 luglio del 1960. La sua passione per le corse esplose quando cominciò a gareggiare in Germania negli anni ’80, per poi trasferirsi oltremanica dove partecipò alla Formula 3 inglese che all’epoca era il banco di prova per tutti coloro che ambivano ad arrivare in Formula 1. Successivamente disputò diverse edizioni della 24 ore di Le Mans, ottenendo un quinto posto assoluto come miglior piazzamento nel 1993 con la Toyota.

La svolta che poi gli si rivelerà fatale arrivo l’anno successivo. Riuscì a coronare il suo sogno di correre nella massima categoria con la piccola Simtek, dove arrivò come pilota pagante. Ratzenberger aveva i soldi soltanto per disputare 4 gare, che purtroppo non ebbe la fortuna di completare. Debuttò in Brasile, dove però non si qualificò per la corsa domenicale. L’impresa andò in porto ad Aida, in Giappone. Roland chiuse il GP del Pacifico con un ottimo undicesimo posto assoluto e dimostrò che non era lì per caso, come un pilota pagante qualunque.

Sulle ali dell’entusiasmo per aver ben terminato finalmente una corsa, Roland arrivò ad Imola per il GP di San Marino. Il week-end iniziò nel peggiore dei modi. Nelle prove del venerdì si sfiorò il dramma quando Rubens Barrichello si schiantò contro le barriere con la sua Jordan alla variante bassa. Fortunatamente il brasiliano se la cavò con la rotturà del setto nasale e qualche vertebra incrinata, ma subito fu chiaro a tutti che qualcosa di macabro aveva attanagliato il tracciato sulle rive del Santerno.

Ciò che era stato evitato al venerdì si realizzò con tutta la drammaticità del caso nelle qualifiche del sabato. Ratzenberger era in pista nel disperato tentativo di qualificare la sua Simtek-Ford per la gara, ma qualcosa sulla sua vettura andò storto. Alla curva Villeneuve l’alettone anteriore cedette di schianto, incastrandosi sotto il fondo della monoposto, rendendola impossibile da controllare per lo sfortunato pilota austriaco. L’impatto con il muretto fu tanto inevitabile quanto devastante. La Simtek percorse diversi metri distrutta e priva di controllo, con il casco rosso e bianco di Roland sballottato a seconda dell’oscillare del relitto dell’auto. Tutti si accorsero che c’era ben poco da fare.

All’arrivo dei soccorsi l’abitacolo era pieno di sangue, il pilota era incosciente e nonostante la prontezza dell’elicottero che lo trasportò all’ospedale Maggiore di Bologna Roland Ratzenberger spirò all’età di 34 anni ancora da compiere. Lo shock dilagò nel paddock del circus. Il più scosso di tutte, guarda il destino, era proprio Senna che si fece subito accompagnare al punto dell’impatto che si era trasformato in un bagno di sangue.

Proprio in quel punto Ayrton parlò con il medico della FIA Sid Watkins che gli disse: ”Smetti di correre, andiamo a pescare”. Senna rispose che lui viveva per correre e che non poteva farne a meno, anche a costo di rischiare la vita. L’indomani il ”mago” partì come al solito dalla pole position, la sessantacinquesima ed ultima della sua carriera. Aveva deciso di nascondere una bandiera austriaca dentro la sua vettura, da sventolare a fine gara in onore di Ratzenberger. Verrà ritrovata, anch’essa imbevuta di sangue, tra i rottami della sua Williams dopo l’incidente in cui perse la vita.

I fatti di Imola 1994 dimostrano come i piloti siano esseri umani tali e quali a tutti noi. Li vediamo combattere ad oltre 300 km/h pensando che siano immortali, provenienti da un’altra galassia e che niente li possa impensierire quando fanno ciò che amano. Invece sono ragazzi che per coronare i loro sogni e riempire le nostre domeniche di emozioni sono pronti a rischiare la vita. E credetemi che alla fine di ogni corsa, anche a chi ha chiuso ultimo magari doppiato di 5 giri, bisogna fare solo un grande applauso per rendere il nostro sport il più bello del mondo.

Domani sarà il primo maggio, la giornata più funesta di tutto l’anno per noi. Ma desideriamo ringraziare Roland, per quello che ci ha insegnato ricordandogli che noi non lo abbiamo assolutamente dimenticato.

Ciao Roland, ovunque tu sia ci manchi tanto

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