Ferrari si prepara al Gran Premio d’Italia trasformando Monza in una grande festa: livrea celebrativa, merchandising dedicato, eventi a Milano, omaggi a Michael Schumacher e un’enorme macchina del marketing pronta ad accompagnare il weekend più importante dell’anno per il Cavallino.
- Il Mondiale non era finito
- Due gare, tanti punti buttati
- Monza è simbolica, ma non salva una stagione
- Il vero problema è l’assenza di autocritica
- Montezemolo e il metodo Ferrari che racconta Luigi Mazzola
- Hamilton, Leclerc e una gerarchia che ancora non esiste
- Hamilton almeno ha lanciato un messaggio
- Monza può aiutare Ferrari, ma non cancella gli errori
- Ferrari deve tornare a pensare da squadra che lotta per il titolo
Tutto legittimo.
Il problema è un altro: Monza non può diventare il modo per cancellare quello che Ferrari ha sbagliato nelle ultime due gare.
Perché mentre fuori dalla pista si costruisce una narrazione fatta di entusiasmo e celebrazioni, dentro la pista il Cavallino ha lasciato per strada punti pesantissimi nella corsa al Mondiale.
Il Mondiale non era finito
C’è un concetto che continua a circolare tra tifosi e addetti ai lavori: Ferrari sarebbe stata già fuori dalla lotta iridata.
Non è così.
La matematica racconta ancora un campionato apertissimo e, soprattutto, racconta una stagione in cui Mercedes, McLaren e Ferrari stanno vivendo continui alti e bassi.
È proprio questo il punto.
Non serve vincere ogni domenica per conquistare un titolo mondiale. Serve raccogliere sempre il massimo potenziale disponibile.
Ferrari questo non lo sta facendo.
Due gare, tanti punti buttati
Il problema non è aver perso una vittoria.
Il problema è aver perso punti che la SF-26 aveva tranquillamente nelle proprie possibilità.
- strategie discutibili;
- gestione del muretto box poco lucida;
- occasioni lasciate sfuggire;
- decisioni arrivate troppo tardi.
In un campionato equilibrato, due o tre punti possono valere un titolo.
La storia della Formula 1 è piena di Mondiali decisi per pochissimo.
Ferrari invece ha dato l’impressione di accettare questi errori come normali incidenti di percorso.
Ed è questo che preoccupa.
Monza è simbolica, ma non salva una stagione
Monza è la casa della Ferrari.
È il circuito simbolo.
Vincere davanti ai tifosi ha un valore enorme.
Ma non può diventare ogni anno la scorciatoia narrativa del tipo:
“Abbiamo sbagliato, ma adesso c’è Monza.”
È un copione visto troppe volte.
Quando Ferrari aveva una monoposto da quarta o quinta forza del campionato, una vittoria a Monza poteva davvero rappresentare il momento simbolico della stagione.
Oggi il contesto è completamente diverso.
La SF-26 è una macchina che, fino a poche gare fa, era pienamente inserita nella lotta per il titolo.
La priorità deve essere il Mondiale.
Monza arriva dopo.
Il vero problema è l’assenza di autocritica
Quello che lascia perplessi non è l’errore.
Gli errori fanno parte della Formula 1.
L’ha ricordato anche Gian Carlo Minardi: costruire un muretto box maturo richiede tempo.
Il problema è che dopo gli errori Ferrari sembra passare immediatamente al messaggio successivo.
Nessuna vera autocritica pubblica.
Nessuna assunzione di responsabilità evidente.
Subito spazio al weekend di Monza, alle celebrazioni e al marketing.
È una comunicazione che rischia di trasmettere un messaggio sbagliato: va tutto bene così.
Montezemolo e il metodo Ferrari che racconta Luigi Mazzola
Luigi Mazzola lo ha raccontato più volte nelle interviste a NewsF1.
Quando la Ferrari di Michael Schumacher sbagliava una gara, non si organizzava una festa.
Si organizzava un meeting.
Tutti nella stessa stanza.
Si analizzava ogni errore.
Si discuteva apertamente.
Si usciva con un piano per non ripeterlo.
Era una cultura del lavoro.
Non della distrazione.
Ed è probabilmente questo il confronto che oggi molti tifosi fanno spontaneamente.
Hamilton, Leclerc e una gerarchia che ancora non esiste
Un altro nodo riguarda la gestione dei piloti.
A questo punto della stagione Ferrari avrebbe già dovuto chiarire le priorità.
Se uno dei due ha maggiori possibilità di giocarsi il titolo Piloti, la squadra deve decidere.
Invece continua a dare l’impressione di navigare a vista.
Leclerc in diverse occasioni ha seguito una strada diversa rispetto alle indicazioni del box, mentre Hamilton è sembrato molto più allineato alle decisioni della squadra.
Una situazione che alimenta inevitabilmente il dibattito sulla leadership interna.
In Formula 1 la libertà assoluta dei piloti raramente porta risultati quando si combatte per un campionato.

Hamilton almeno ha lanciato un messaggio
Tra le reazioni del dopo gara, Hamilton è sembrato quello più critico.
Prima delle successive attività promozionali aveva parlato chiaramente della voglia di vincere e della necessità di fare meglio.
Poi è arrivato il “business moment” di Monza, inevitabile considerando gli impegni commerciali.
Perché sì, gli eventi, le livree speciali e il merchandising sono contratti firmati mesi prima dell’inizio del campionato.
Non si cancellano da un giorno all’altro.
Ma una cosa è rispettare gli accordi commerciali.
Un’altra è lasciare che il marketing diventi il tema dominante mentre il reparto corse ha problemi ancora irrisolti.

Foto credits Media Pirelli
Monza può aiutare Ferrari, ma non cancella gli errori
Dal punto di vista tecnico Monza resta comunque una pista favorevole.
Ferrari negli ultimi mesi ha mostrato il meglio proprio quando ha potuto scaricare l’ala e sfruttare maggiormente il lavoro del fondo.
La SF-26 sembra avere:
- un posteriore molto più stabile;
- migliore efficienza aerodinamica a basso carico;
- maggiore competitività nei tratti ad alta velocità.
Resta poi l’incognita del nuovo motore e dei moduli elettrici che potrebbero offrire qualcosa in più proprio sul circuito brianzolo.
Ma tutto questo non cambia una realtà.
Anche vincendo a Monza, i punti persi nelle gare precedenti rimangono persi.
Ferrari deve tornare a pensare da squadra che lotta per il titolo
Il rischio più grande non è perdere Monza.
È perdere la mentalità da squadra da Mondiale.
Quando una monoposto è abbastanza competitiva per giocarsi il titolo, ogni decisione deve essere presa con quell’obiettivo.
Ogni punto conta.
Ogni strategia conta.
Ogni ordine di squadra conta.
Le celebrazioni possono aspettare.
Perché i Mondiali non si vincono soltanto con le vittorie. Si vincono anche con un secondo posto invece di un quarto, con una strategia corretta invece di una sbagliata, con un punto raccolto quando sembra insignificante.
Ed è proprio quel punto che, a fine stagione, potrebbe fare tutta la differenza.
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