A Spa Francorchamps la F1 ha vissuto uno dei momenti più bassi della sua storia, frutto di una gestione confusionaria e di logiche meramente commerciali.

“Le condizioni erano molto difficili e non si vedeva davvero niente. Non si può guidare senza alcuna visibilità quando andiamo a 300 km/h sul rettilineo, perché si rischia un incidente molto grave e ci troviamo su un circuito in cui ne possono capitare. Peccato, penso che i punti non debbano essere assegnati per una gara che non si è mai tenuta. Sono d’accordo che dovevamo uscire, ma per valutare le condizioni, non con l’intenzione di fare due giri per prendere i punti”. Forse nessuno ha sintetizzato meglio di Carlos Sainz ciò che il mondo della F1 ha vissuto ieri in occasione del GP del Belgio, una gara che non è mai iniziata a causa della pioggia battente e della scarsa visibilità, ma che ha comunque assegnato punti dimezzati ai primi 10 poiché sono stati percorsi due giri dietro alla Safety Car. Il tutto condito da una gestione confusionaria e discutibile da parte della FIA, la vera sconfitta nell’arco della domenica.

Partiamo dalla questione più importante: ieri non si poteva correre. Le condizioni, semplicemente, non lo permettevano. Ed è inutile cercare un colpevole della mancata corsa, come invece in molti hanno fatto sui social, che non sia il meteo. La Federazione, in questo caso, ha fatto la scelta giusta: ha seguito le indicazioni dei piloti e ha capito che non c’era nulla da fare. E’ inaccettabile, tuttavia, che da casa ci sia chi definisce i piloti dei ‘bambini viziati’ o delle ‘femminucce’ per non aver gareggiato. La F1 di un tempo, in questo senso fortunatamente, non esiste più, e i piloti non sono più carne da macello. Se il 100% della griglia dichiara via radio che la visibilità è pari a zero e che c’è aquaplaning già dietro alla Safety Car, è chiaro che non si può partire. Con buona pace degli spettatori, che in queste situazioni, giustamente, non hanno voce in capitolo.

Fu proprio l’aquaplaning a causare la tragica uscita di pista di Jules Bianchi a Suzuka, che a quanto pare in molti hanno già dimenticato. Chi ci assicura che un pilota non possa perdere la monoposto in un punto dove i commissari di percorso, della cui sicurezza non ci si ricorda mai, ne stanno portando fuori un’altra, generando una catastrofe? Riflettendoci, forse i veri ‘viziati’ siamo proprio noi spettatori, assetati di intrattenimento anche quando questo intrattenimento diventa troppo pericoloso per i suoi stessi protagonisti.

Detto ciò, la gestione dell’evento da parte della FIA è stata tutt’altro che perfetta sin dall’inizio. Se da un lato bisogna riconoscere a Michael Masi e al suo team che la situazione fosse estremamente complessa, alcuni provvedimenti sono sembrati abbastanza incomprensibili. Innanzitutto, non si capisce perché alle 15:30, ossia quando si è tenuto il giro di formazione dietro alla Safety Car, la Direzione Gara non abbia deciso di dare inizio al Gran Premio dietro alla vettura di sicurezza, come accaduto ad esempio nel GP del Brasile del 2016. In questo modo, la Federazione avrebbe potuto valutare in sicurezza per qualche tornata le condizioni, e avrebbe potuto percorrere quei due giri necessari per certificare un risultato in maniera apparentemente più legittima e meno artificiosa, garantendosi comunque parecchio tempo per testare le condizioni in seguito. La decisione di esporre immediatamente la bandiera rossa, col senno di poi, è parsa dunque affrettata.

Ciò che invece ha scatenato l’ira di tutti gli appassionati è stato quanto avvenuto dalle 18:17 alle 18:25 circa. La Direzione Gara ha sostanzialmente decretato un risultato usando un artificio: due giri dietro alla Safety Car percorsi giusto per garantire l’effettivo svolgimento di una “gara” e spacciati per un tentativo di valutare le condizioni di un circuito ancora evidentemente zuppo d’acqua, poi di nuovo una bandiera rossa e infine la sospensione definitiva. Una brutta figura colossale, che ha dato la chiara impressione di essere uno stratagemma per assicurarsi di mantenere validi i lucrosi contratti con l’autodromo, le emittenti televisive e gli sponsor. Ciò che lascia maggiormente delusi è proprio il riconoscimento di un valore sportivo (anche se dimezzato) ad un evento che non si è mai tenuto, una vera e propria farsa che si avvicina a quella di Indianapolis 2005 come uno dei momenti più bassi del circus inteso come competizione.

Stavolta la decisione più corretta dal punto di vista sportivo, quello che interessa maggiormente agli appassionati, sarebbe stata la cancellazione dell’evento. Un provvedimento non raro ai livelli più alti del motorsport: nel 2018 fu annullata la gara di MotoGP a Silverstone per la pioggia battente e l’asfalto poco drenante. Invece, la F1 e la FIA hanno deciso di tornare da Spa con un risultato fasullo, frutto sostanzialmente delle prestazioni in qualifica, che tuttavia non hanno mai assegnato punti. Una vicenda che lascia un profondo senso di amarezza per una categoria che, purtroppo, spesso si dimentica di essere sport, danneggiando la sua stessa immagine e, soprattutto, i suoi tifosi. Proprio questi ultimi sono stati i veri eroi della giornata di ieri: sotto il diluvio ed immersi nel fango sin dalla mattina, hanno sostenuto ininterrottamente uno spettacolo che non c’è stato, comprendendo la difficoltà di gareggiare in condizioni così critiche e sopportando anche una cerimonia del podio davvero insensata e di cattivo gusto.

Michael Mas
Michael Masi, Direttore di Gara della F1 dal 2019.

Come ci si rialza dopo una tale figuraccia? Risarcire almeno in parte gli spettatori, come sarebbe dovuto accadere in caso di cancellazione, rappresenterebbe un primo passo, ma certamente non servirebbe a ripristinare il rispetto degli appassionati delusi dalla F1 e della FIA. Fare piazza pulita ai vertici, come invoca qualcuno, non porterebbe ad alcun cambiamento, perché chiunque si trovi in quella posizione deve far applicare i regolamenti. E forse sono proprio loro il problema: cervellotici, cavillosi, a volte poco chiari ed altre troppo prescrittivi. Si dovrebbe affrontare la questione alla radice: riconoscere la possibilità che una gara sia cancellata per cause di forza maggiore nelle negoziazioni contrattuali con sponsor, TV e circuiti, raggiungendo accordi più equilibrati; eliminare norme assurde come il timer delle tre ore per la disputa dell’evento (fra l’altro interrotto arbitrariamente dalla Race Direction a Spa per “cause di forza maggiore”), il dover disputare due giri per poter assegnare metà punteggio, o l’impossibilità di modificare, almeno in alcuni fondamentali, il setup in caso di gara bagnata.

Con la speranza che ciò accada presto e che la farsa di Spa non incida in alcun modo sull’esito del campionato, fra pochi giorni il circus avrà la possibilità di riscattarsi, almeno in parte, in uno degli eventi più attesi dell’anno: il GP d’Olanda, una festa annunciata per il ritorno tra le dune di Zandvoort. Quello che tutti gli appassionati si augurano è che, dopo aver dato il peggio di sé in Belgio, la F1 torni a mostrare tutta la sua bellezza in questo avvincente 2021.

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