Il weekend di F.1 appena terminato è stato intenso in ogni senso di lettura. L’incidente di Anthoine Hubert e le sue conseguenze sono rimaste negli occhi di tutti per ben più delle 24 ore che hanno separato questo evento dalla prima vittoria in F.1 di Charles Leclerc.

Un predestinato, il secondo, un destinato il primo, legati da una indissolubile amicizia tra loro e con altri giovani piloti, che come loro si divertono a guidare oltre i 300 km/h, cercando un limite di volta in volta da superare. Proprio quel limite che Anthoine voleva superare dopo la vittoria della F.3 dello scorso anno e le due vittorie in F.2 di quest anno, l’ultima proprio in Ungheria prima della pausa estiva; quel limite che lo portava a spingere sull’Eau-Rouge, una delle curve più difficili del mondo con la successiva Raidillon, aspettando il punto di corda per girare dall’altra parte e poi buttarsi sul Kemmel verso quei 300 e oltre km/h che per loro, ventenni con il sangue di ghiaccio, è come respirare aria pura.

Lo sapeva bene lui, che non gli importava di null’altro una volta chiusa la visiera.

Le immagini shock che ci sono state riportate, censurate e poi riaperte sono storia che nessuno vorrebbe vedere, ma come la storia ci insegna è da questo che bisogna ripartire per evitare che simili tragedie accadano di nuovo.

Lo sa bene chi ha vissuto l’incidente di Niki Lauda nel ’76, o quello di Ayrton Senna del ’94, arrivando al più recente di Jules Bianchi, un altro dei destinati, uno che oggi guiderebbe una Ferrari come il vento, perché Jules era incredibilmente forte e veloce.

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Foto Il Tirreno

Lo sa bene Charles, amico d’infanzia di Anthoine e Jules, con i quali ha condiviso una carriera di velocità; Charles ha pianto da vero uomo e ha guidato da vero pilota, ha retto alle emozioni e ha portato la sua Ferrari alla prima vittoria quest’anno (non senza poche sofferenze) portandosi a casa la prima vittoria in F.1 su un tracciato considerato da chiunque abbia una minima passione per i motori, una delle Università Mondiali.

Spa-Francorshamps non è una pista per deboli di cuore: questo è un luogo dove fuoriescono i veri campioni, i predestinati appunto, coloro che in un modo o nell’altro scriveranno il loro nome nel Motorsport. Leclerc Hubert

Lo sapeva bene Anthoine che qui avrebbe voluto vincere e sentirsi un predestinato, lo sa bene Charles che qui ha vinto come un predestinato, dominando un intero weekend e resistendo alle emozioni che in quegli ultimi giri, quando era costantemente sotto pressione, avrebbe potuto farlo crollare ed indurlo all’errore; ma non ha sbagliato. Su quel tracciato dove tutti i grandi campioni hanno fatto la storia, lui ha guidato veloce insieme ai suoi amici Jules e Anthoine li a spingerlo, a fargli tirare fuori quei pochi decimi che lo hanno decretato vincitore. L’indicazione della dedica sulla sua macchina non appena ne è uscito fuori, gli abbracci pacati, i sorrisi spenti, gli occhi gonfi di chi vorrebbe piangere e al tempo stesso vorrebbe esultare come un pazzo per aver realizzato il sogno di vincere in F.1. Chiunque, guardandolo sul podio, ha capito quanto avrebbe voluto ci fosse stato qualcun altro a tifare per lui ed a sorridere per quel sogno realizzato. In realtà c’era, ma questa è un’altra storia. E cosi è terminato questo weekend, con la gioia di una vittoria voluta ma rispettosa però di una grande perdita. Ancora una volta, un giovane pilota.

Ciao Anthoine.

di Gianluca Ialongo