L’austriaco si è spento a 70 anni, ma vogliamo ricordarlo per il grande coraggio che ha sempre dimostrato

Oggi è uno di quei giorni tristi, specialmente per i veri appassionati del motorsport. Per tutti quelli che tra gli anni ’70-’80 erano bambini, o adolescenti, o innamorati di questo meraviglioso mondo, Niki Lauda era un vero e proprio eroe. Il talento dell’austriaco era roba nota, fino a farlo soprannominare ”Il computer” per la sua spregiudicata precisione nel settaggio e nell’assetto della macchina.

Il suo debutto in Formula 1 avvenne al GP d’Austria 1971 con una March, ma solo nel 1974 arrivò in Ferrari. Senza troppi peli sulla lingua, il grande Niki individuò molti problemi sulla messa a punto della 312 B3-74, arrivando a dire direttamente ad Enzo Ferrari ”Questa macchina è una merda”. L’austriaco fece subito capire che non aveva paura di nessuno, e che era pronto a tutto pur di soddisfare la propria fame di vittorie.

Lauda portò la Ferrari a livelli di competitività incredibili, con la 312 T (la prima a cambio trasversale) progettata dall’ingegner Mauro Forghieri che dominò la scena nel 1975. Da Monte-Carlo in poi arrivarono un fiume di vittorie, che lo portarono a vincere il mondiale al Gran Premio d’Italia a Monza. Lì Niki chiuse terzo, mentre la vittoria andò al fidato compagno di squadra Clay Regazzoni.

Il 1976 comincia con una novità: il rivale delle categorie inferiori, James Hunt, prende il posto dell’ex campione del mondo Emerson Fittipaldi sulla McLaren-Ford. Questo gli permette di avere una vettura decisamente più competitiva rispetto alla precedente Hesketh. Niki Lauda parte comunque a razzo, vincendo i primi due appuntamenti in Brasile ed in Sud Africa. Hunt deve aspettare il quarto appuntamento in Spagna per tornare al successo, ma è un fuoco di paglia. La Ferrari continua a dominare il campionato, con l’austriaco che trionfa anche in Belgio ed a Monaco.

Quando tutto sembra chiaramente a favore del campione del mondo in carica, arriva il GP di Germania, previsto per il primo agosto del 1976 sul tracciato del Nurburgring Nordschleife. Il viennese partì con le gomme da bagnato, su una pista che si stava asciugando. Niki perse molte posizioni, ma nel tentativo di recuperare sbandò e andò a schiantarsi violentemente contro una roccia alla curva Bergwerk. L’impatto fu devastante e lasciò in fiamme la sua Ferrari. Soltanto gli interventi di Arturo Merzario ed altri piloti lo tirarono fuori dal rottame, in condizioni praticamente terminali. Lauda venne trasferito all’ospedale di Mannheim, dove il 5 agosto venne dichiarato fuori pericolo. I danni furono però permanenti. Il volto rimase sfigurato a vita ed anche i polmoni ne risentirono.

Lauda andò oltre il dolore, decidendo di tornare in pista a Monza appena 42 giorni dopo il terrificante schianto. Questo perchè Hunt, durante la convalescenza di Niki, vincendo diverse gare aveva quasi del tutto colmato il gap in classifica. Tutto si decise il 24 ottobre, sul circuito del Fuji per il Gran Premio del Giappone. Lauda arrivò con 68 punti, con un esiguo margine di 3 lunghezze su Hunt. Dopo la partenza della gara, Niki rientrò ai box nel corso del secondo giro. Decise di ritirarsi perchè la pista era in condizioni troppo pericolose, a cause del diluvio che si era abbattuto ai piedi del monte Fuji. Hunt proseguì imperterrito, chiudendo al terzo posto, risultato che gli ha garantito il mondiale per la prima ed unica volta in carriera.

Niki ha poi avuto l’occasione di rifarsi, dominando la stagione successiva sempre con la Ferrari, per poi imporsi anche nel 1984 con la McLaren TAG-Porsche, battendo per appena mezzo punto il compagno di squadra Alain Prost. Dopo la Formula 1, il grande Lauda ha poi abbracciato la carriera imprenditoriale, fondando le compagnie aeree ”Lauda Air” e ”Niki”. Poi l’esperienza poco fortunata con la Jaguar nel circus iridato, fino a diventare presidente non esecutivo della Mercedes che sta dominando l’era ibrida.

Di Niki Lauda resta un grande insegnamento, la volonta di superare qualsiasi ostacolo, anche il più insormontabile. Con le sue interviste rendeva sempre divertente ogni momento all’interno del paddock negli ultimi anni di vita, anche nei momenti più difficile. Con lui se ne va un pezzo di storia del motorsport, probabilmente irripetibile come le sue imprese che ci ha regalato.

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