Il Gran Premio dell’Azerbaijan lascia in casa Ferrari una sensazione difficile da ignorare. Il quarto posto di Charles Leclerc può limitare i danni nella classifica, ma il distacco dalla Mercedes di George Russell racconta una storia molto diversa. Senza l’ingresso della Safety Car nelle fasi finali, il gap avrebbe potuto essere ben più pesante, evidenziando ancora una volta i limiti della SF-26 su un circuito dove la potenza del motore è determinante.
Baku è uno dei tracciati più sensibili alle prestazioni della power unit: lunghissimi rettilinei, accelerazioni da bassa velocità e numerosi punti DRS. Proprio per questo il risultato della Ferrari alimenta interrogativi pesanti sul lavoro svolto a Maranello.

A Baku il motore fa la differenza
La Ferrari è riuscita a precedere le McLaren, ma questo non cancella il problema principale. Sul passo gara la SF-26 ha mostrato una velocità insufficiente rispetto ai principali rivali, soprattutto nei tratti a pieno gas.
Il dato che fa discutere riguarda anche il confronto con Red Bull. La monoposto di Milton Keynes, equipaggiata con la nuova power unit Red Bull Ford sviluppata internamente, è apparsa più efficace proprio in un contesto dove il propulsore pesa maggiormente sulla prestazione.
Per molti osservatori questo rappresenta un campanello d’allarme importante: una squadra che costruisce motori da decenni non può permettersi di perdere terreno proprio nel settore che storicamente rappresenta uno dei suoi punti di forza.
Il problema non è Leclerc contro Hamilton
Negli ultimi mesi il dibattito si è spesso spostato sul confronto interno tra Charles Leclerc e Lewis Hamilton. Ma dopo Baku cresce l’idea che questa contrapposizione rischi di diventare una distrazione rispetto ai problemi strutturali della squadra.
I piloti continuano a estrarre il massimo possibile dal pacchetto a disposizione, mentre le difficoltà sembrano riguardare soprattutto competitività tecnica, sviluppo della vettura e gestione complessiva del progetto SF-26.
La discussione, quindi, non dovrebbe concentrarsi esclusivamente su chi guida meglio la Ferrari, ma su perché la monoposto continui a mostrare limiti evidenti nelle aree decisive.
Serve autocritica, non nuovi alibi
Ogni weekend emergono spiegazioni diverse: aggiornamenti insufficienti, assetto, strategie, episodi di gara. Tuttavia il GP di Baku riporta al centro una domanda inevitabile: la Ferrari ha davvero sviluppato una power unit all’altezza di Mercedes e Red Bull?
È un interrogativo che nasce dalle prestazioni viste in pista, non soltanto dal risultato finale. Per questo cresce la richiesta di un’assunzione di responsabilità all’interno della Scuderia, evitando di presentare il piazzamento davanti a un avversario come una vittoria morale quando il distacco dai migliori rimane così ampio.

Ferrari, ora serve una reazione vera
La stagione entra nella sua fase decisiva e la SF-26 arriva da diverse gare complicate, tra problemi di competitività e occasioni perse. Baku rappresenta probabilmente uno dei segnali più preoccupanti dell’anno perché mette in evidenza un limite emerso sul terreno dove Ferrari avrebbe dovuto essere protagonista.
Il tempo degli alibi sembra finito. La risposta dovrà arrivare in pista, ma anche all’interno di Maranello, con un’analisi tecnica chiara su ciò che non ha funzionato nello sviluppo della vettura e della power unit. Solo così Ferrari potrà provare a invertire una tendenza che, dopo il GP dell’Azerbaijan, appare sempre più difficile da nascondere.
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