Antonelli trionfa e l’Italia festeggia, mentre la Ferrari deve affrontare lo scontro totale tra Hamilton e Leclerc
Se cinque o dieci anni fa avessero detto che l’Italia sarebbe tornata a vincere in Formula 1, chiunque avrebbe associato l’evento alla Ferrari. Invece dopo 73 anni un pilota italiano ha riportato in patria il titolo di campione del mondo. Una stagione incredibile per Andrea Kimi Antonelli, che si può fregiare anche del record di campione più giovane della storia della Formula 1.
Se Antonelli è più grande della Ferrari
L’Italia può finalmente festeggiare il suo nuovo re, ma lo fa guardando verso Brackley, mentre in Ferrari va in scena l’ennesimo copione di illusioni e promesse infrante. Questo buon finale di stagione della scuderia di Maranello può illudere qualcuno, ma la sostanza non cambia: è arrivato prima a vincere un pilota italiano su una vettura straniera rispetto alla Ferrari.
A Maranello cambia l’era regolamentare, cambiano i motori, ma la narrazione resta tragicamente la stessa. Il 2026 doveva essere l’anno della svolta, ma si è già trasformato nell’ennesimo capitolo della saga dei “what if”. Mentre la concorrenza ritorna a vincere (o rialza la testa nel caso della Red Bull), in Ferrari ci si accontenta di raccontare cosa sarebbe potuto succedere “se solo la Power Unit avesse avuto quei cavalli in più”. Una scusa comoda per coprire un’incapacità strutturale di farsi trovare pronti al momento del dentro o fuori.

A Città del Messico il punto di non ritorno tra Hamilton e Leclerc
Il culmine della stagione fallimentare della Ferrari è arrivato in Messico, con lo scontro (più mediatico che in pista) tra Lewis Hamilton e Charles Leclerc. Sul circuito messicano, anche quando i riflettori erano puntati tutti sulla conquista del titolo da parte di Kimi, la Ferrari riesce comunque a stupire e a rendersi ridicola in mondovisione.
Domenica scorsa è andato in scena il delitto perfetto, la sublimazione di un ambiente che ha perso del tutto la bussola. Non è bastata la prima pole position della stagione e una monoposto che per una volta dopo tanto tempo aveva il passo per dominare: la Rossa è riuscita a trasformare una potenziale doppietta in un’esecuzione a mezzo stampa.
Le parole di Lewis Hamilton nel post-gara nei confronti di Charles Leclerc sono inequivocabili: “Non è una questione d’età, ha 28 anni, è la sua mentalità: o vince lui o non vince nessuno”. E poi l’accusa più grave, quella di “lavorare contro di me” e di mostrare “mancanza di rispetto per la gente che lavora a casa in fabbrica”.
Al netto dell’episodio in pista e delle sacrosante preferenze personali, le parole del sette volte campione del mondo risuonano come un attacco gratuito e ipocrita verso il monegasco, anche perché a Singapore non è stato di certo Leclerc a voler rimanere fuori a tutti i costi per cercare di stare davanti al proprio compagno di squadra.
Ma è l’anarchia che regna in Ferrari a fare più scalpore
Il vero scandalo, tuttavia, non è che due campioni sgomitino per primeggiare o che volino parole grosse in un box sotto pressione. Il dramma reale è che a Maranello nessuno ha l’autorevolezza o la leadership per impedire che tutto questo si trasformi ogni volta in un caso di stato.
Perché il punto è che a questa dirigenza la vittoria non interessa più davvero. In un’azienda normale, un caos del genere verrebbe soffocato sul nascere per tutelare il marchio e la competitività; nei piani alti di Maranello, invece, ci si accontenta che il titolo sui mercati finanziari continui a rendere.
Per un team glorioso come la Rossa, il titolo di Antonelli dovrebbe essere uno smacco da cancellare al più presto. Tutt’al più uno stimolo per fare meglio. Ma la Ferrari non è più in mano a persone interessate a vincere, visto che il primo pensiero va sempre ai bilanci.
La Ferrari è sotto attacco dall’esterno, ora probabilmente anche dall’interno, ma la dirigenza, chiusa nella sua torre d’avorio, sembra non curarsene. Nessuna dichiarazione pubblica sull’episodio di Città del Messico, soltanto una lunga apatia che dura ormai dal giorno della scomparsa di Sergio Marchionne.
Ferrari, se ci sei, batti un colpo. Fa impressione pensare che per la prima volta, una generazione di italiani crescerà nel mito di Kimi Antonelli, mentre la Rossa è relegata a un ruolo da comprimaria che per il suo blasone le sta stretto, ma per le scarse ambizioni di chi comanda è anche troppo largo.
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