F1 2026 – Il cosiddetto “Compression Gate” entra ufficialmente nel dibattito tecnico della Formula 1 2026 dopo le parole di Nicolas Tombazis. Al centro della questione il rapporto di compressione 16:1, le modalità di misura previste dal regolamento e l’ipotesi di una soluzione sofisticata legata alla precamera. Mercedes respinge le accuse e Toto Wolff parla di BOP forzato, mentre la FIA prova a riportare il tema entro confini normativi chiari.
La FIA esce allo scoperto: il messaggio di Tombazis
La settimana che precede l’avvio della stagione 2026 segna un passaggio chiave: la FIA interviene pubblicamente sul tema del rapporto di compressione. Nicolas Tombazis, Single Seater Director, ha dichiarato che alcuni costruttori hanno trovato “interpretazioni molto intelligenti” del regolamento.
Il messaggio è politico e preventivo. Nessuna accusa formale, nessuna sanzione annunciata, nessuna illegalità denunciata. L’obiettivo dichiarato è evitare che il campionato venga deciso dall’interpretazione delle regole e chiarire eventuali zone grigie prima dell’inizio della stagione.
In un contesto in cui i team possono contare su migliaia di ingegneri, è inevitabile che emergano letture sofisticate del testo normativo. Il punto è stabilire fin dove possa spingersi l’interpretazione senza violare lo spirito del regolamento.
Gli articoli C5.4.2 e C5.4.3: il cuore della disputa
L’articolo C5.4.2 fissa il rapporto di compressione geometrico a 16:1 per ogni cilindro. Si tratta di un rapporto volumetrico tra volume massimo e minimo del cilindro: non si parla di pressione effettiva né di condizioni operative dinamiche.
L’articolo C5.4.3 introduce un elemento cruciale: il metodo di misura è definito dal costruttore della Power Unit, deve seguire le linee guida FIA, essere approvato dalla Federazione e incluso nel dossier di omologazione. La misura avviene in condizioni ambientali, a freddo. Non è prevista una verifica a caldo né un test in condizioni operative.
A completare il quadro ci sono gli articoli C1.5 e C1.7 sulla compliance e sulla responsabilità di conformità, che impongono il rispetto delle proprietà dichiarate lungo tutto il ciclo di utilizzo. Tuttavia, la loro formulazione generica lascia spazio a interpretazioni e non entra nel dettaglio delle variazioni fisiche dovute a carichi e temperatura.

A caldo e a freddo: la realtà fisica del motore
Dal punto di vista ingegneristico, la questione è lineare: se il limite è 16:1 e la misura è a freddo, il progettista tenderà a posizionarsi appena sotto il valore massimo in quelle condizioni.
Biella, pistone, testa e camera di combustione sono soggetti a dilatazioni termiche e deformazioni sotto carico. I materiali ammessi dal regolamento hanno coefficienti di dilatazione noti e simili per tutti i costruttori. È quindi fisiologico che, a caldo, il rapporto di compressione effettivo possa risultare leggermente superiore rispetto al valore misurato a freddo.
Se si dovesse misurare qualsiasi motore da competizione in condizioni statiche e poi in regime termico, si otterrebbero valori differenti. La domanda centrale diventa allora: la regola pretende l’invarianza assoluta in ogni condizione o si limita a fissare un criterio di verifica formale?
L’ipotesi della micro-camera nella precamera
Oltre al tema della dilatazione termica, nelle ultime settimane è emersa un’ipotesi più sofisticata: la presenza di un volume aggiuntivo collegato alla precamera di combustione.
La soluzione teorica prevede una fessura capillare, dell’ordine di pochi centesimi di millimetro, che collega la precamera a una micro-cavità pellicolare.
A freddo, durante la misurazione volumetrica con liquido, la fessura si riempirebbe aumentando il volume totale rilevato e mantenendo il rapporto entro i 16:1.
A caldo, con l’aumento della temperatura della testa, la dilatazione potrebbe chiudere la fessura, sigillando di fatto il volume extra. In esercizio, il rapporto di compressione effettivo risulterebbe più elevato rispetto a quello certificato.
Dal punto di vista teorico la soluzione può funzionare, ma comporta criticità pratiche: concentrazioni locali di temperatura, rischio di preaccensioni, tolleranze costruttive estremamente spinte.
Resta però il nodo fondamentale: i disegni della Power Unit devono essere forniti alla FIA in fase di omologazione. Un dettaglio di questo tipo difficilmente passerebbe inosservato.
Chiarimento tecnico o pressione politica?
Non è noto se il costruttore coinvolto abbia richiesto preventivamente un chiarimento di conformità ottenendo un via libera formale, oppure se sia stata la FIA a sollevare il tema successivamente.
Secondo quanto emerso, la pressione di altri costruttori avrebbe accelerato la richiesta di chiarimenti. Toto Wolff ha parlato apertamente di “BOP forzato” da parte dei competitor, sostenendo che una coalizione di quattro costruttori avrebbe spinto la Federazione a intervenire.
Dal punto di vista regolamentare, tuttavia, parlare di Balance of Performance appare improprio. Se una soluzione viene ritenuta non conforme o contraria allo spirito della norma, l’intervento non è un riequilibrio artificiale ma una definizione più stringente del quadro tecnico.
Il vero problema è temporale: arrivare a pochi giorni dall’inizio della stagione con una questione ancora aperta rappresenta un elemento di incertezza significativa per tutti i team.
Conclusione
Il Compression Gate evidenzia ancora una volta la tensione strutturale tra legislatore e progettista in Formula 1. Da un lato la FIA tenta di delimitare il campo con regole dettagliate; dall’altro gli ingegneri cercano ogni possibile margine di interpretazione.
Se esiste una soluzione tecnica particolarmente sofisticata, sarà compito della Federazione stabilirne la conformità in modo chiaro e tempestivo. Il rischio, altrimenti, è aprire il nuovo ciclo regolamentare 2026 con un contenzioso latente che potrebbe influenzare l’equilibrio competitivo ancor prima che la stagione entri nel vivo.
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