Quale è quella forza misteriosa che porta alcuni esseri umani a rischiare la vita in attività ad alta pericolosità? Cos’è che ci spinge a tenere pigiato il pedale del gas davanti ad un pericolo, oppure lanciarci da un aereo a 1500 mt di quota? E la lista delle attività ad alto rischio sarebbe lunghissima. Eppure molti fin da piccoli mostrano interesse e affezione verso il rischio e la velocità, bambini che si lanciano con lo skate o lo slittino, adolescenti in motorino e persone più grandi che diventano un pericolo per se stessi e per gli altri (voglio ricordare che se si vuole veramente correre, la pista è l’unico luogo sicuro e consentito), fra questi qualcuno si dedica con così tanta passione alla velocità da diventare un pilota, un professionista e per farlo ci vuole oltre che l’amore, l’intelligenza, la volontà ed anche una certa dose di ‘fortuna’, non è mai facile approdare nelle massime serie e a volte bisogna potersi permettere una squadra per farlo.

Ricordo quando negli anni ’90 avevo a disposizione un’auto di grossa cilindrata una cabriolet con l’impianto di scarico modificato, emetteva un rumore cupo, forte, sembrava provenire da una profonda cavità, era notte e stavo percorrendo il passo delle Capannelle vicino L’Aquila in direzione Teramo, la mia marcia era lenta e tranquilla, ma ad un certo punto, stimolato da quei bellissimi tornanti e dal precipizio sottostante, iniziai a prendere velocità, la trazione posteriore faceva scodare  la vettura, e più sentivo le gomme stridere e più acceleravo lavorando col gas e i freni, il suono dello scarico mi precedeva rimbombando tra le rocce e i pini d’alta quota, provai una sensazione di piacere e di pericolo così intensa che quando arrivai su al passo mi fermai a godermi quel momento ed a mirare le stelle, felice e quasi esausto, cosa mi era successo?

Gli scienziati hanno provato a dare delle risposte in base, appunto, a test di natura scientifica, riducendo il tutto ad una sostanza prodotta dal nostro corpo nei momenti di stress nervoso, l’adrenalina, scoperta nel 1901 dal chimico Jokichi Takamine,  questo vero e proprio ormone, agisce sul sistema nervoso simpatico (che è una parte del sistema nervoso autonomo il cui centro è situato lungo la colonna vertebrale) ed anche sul sistema nervoso centrale al livello delle sinapsi dove svolge il ruolo di un vero e proprio neurotrasmettitore, i cui effetti sono in breve, accelerazione della frequenza cardiaca, dilatazione delle vie aeree bronchiali, restringimento dei vasi sanguigni, esaltazione massima della prestazione fisica e di quella mentale (è quest’ultima che ci fa sentire super uomini?), evidentemente una ‘difesa’ che il corpo umano ha ricevuto in migliaia di anni di evoluzione e che gli ha consentito di sopravvivere in situazioni di alta pericolosità, ma c’è un altro aspetto molto importante che non è ancora molto chiaro per la scienza, se l’adrenalina è il nemico giurato delle endorfine (sostanze che provocano piacere dopo un intenso sforzo), perché a molti di noi la sensazione di pericolo genera una sorta di piacere? Le endorfine intervengono senz’altro dopo che sia intervenuta l’adrenalina, è forse quella costante ricerca di piacere post stress che ci porta a rischiare? Ancora non è molto chiaro, ma di una cosa c’è certezza, molti intraprendono queste attività per sentirsi in   alcuni momenti invincibili, i padroni assoluti della situazione e trarne un piacere che può diventare una sorta di ‘droga’ da cui è difficile liberarsi, se poi associamo a tutto questo l’aggressività e la voglia di primeggiare ecco che la risposta a questi interrogativi arriva da sola. Una frase del Grande Ayrton Senna può dare un’idea di questa ‘voglia’, egli disse “ correre, competere è nel mio sangue, è parte di me, è parte della mia vita, è da sempre che lo faccio e viene prima di ogni altra cosa”. Il gusto della competizione è qualcosa che non può assolutamente capire chi non ha mai avuto la possibilità di confrontarsi con degli avversari, soprattutto nel mondo dello sport dove c’è una forte componente fisica, è un qualcosa da cui non ci si può separare così facilmente una volta provata quell’emozione unica, vincere, ma questo ‘piacere’ si prova anche durante la competizione stessa, il nostro corpo in simbiosi con il nostro cervello e la nostra coscienza cerca di spingerci oltre, oltre quelli che noi pensiamo siano i nostri limiti, e questi ogni tanto vengono clamorosamente battuti, perché l’uomo, benché abbia delle naturali barriere fisiche può spingersi oltre, col lavoro, con l’impegno, con l’assoluta energia che sprigiona dalla volontà.

Ecco, forse il tutto si potrebbe riassumere sia con dati scientifici che altri puramente ‘umani’ riguardanti il carattere e la determinazione (che non si possono misurare), non è solo la scarica di alcuni ormoni che provocano piacere a motivare e a decidere il destino di un pilota, è il suo obiettivo, la sua voglia di primeggiare, di essere il numero uno, di diventare una leggenda e di vivere quegli istanti, primi al traguardo, un’unica emozione dentro il casco (come disse Senna), momenti difficilmente descrivibili in cui ci si sente parte di qualcosa di più grande ed in cui intense vibrazioni corrono giù lungo la schiena…

Marco Asfalto   

Twitter : @marcoasfalto

 

 

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