Un piatto ricchissimo quello che ci è stato servito dal circuito malese di Kuala Lumpur: ma andiamo con ordine.

Iniziamo con la lotta mondiale: in gara è andato in scena lo psicodramma di Lewis Hamilton. La sua gara, fino a quel momento solida e autoritaria, dove stava approfittando della malasorte di Rosberg, “centrato” inopinatamente da un Vettel in modalità “berserk” (e che sconterà tre posizioni di penalità sulla griglia di partenza del prossimo GP), s’è dissolta tra i fumi e le fiamme della sua Power Unit Mercedes. Power Unit

abbastanza “fresca”, a cui l’inglese, forse, stava “tirando troppo il collo”, sfruttando la mappatura più prestazionale dell’unità PU 106C Hybrid fino al limite concesso in condizioni ambientali gravose (33° l’aria e 51° l’asfalto), per far fronte alle strategie d’attacco delle due Red Bull (e in particolare di Verstappen, che aveva approfittato della prima Virtual Safety Car della gara per sostituire le gomme).
Da quando Mercedes ha portato in pista una nuova specifica della sua unità motrice ha sì guadagnato in prestazioni, soprattutto nella modalità

“manettino”, aumentando il gap sugli avversari in maniera consistente, ma forse è andata ad intaccare “l’affidabilità assoluta” finora dimostrata (e i dubbi della Stella nel posticipare l’arrivo in pista di questo upgrade potrebbe esserne una “spia d’allarme” accesa). “Vittima preferita” di questi problemi pare essere sempre Hamilton, e l’inglese (sbagliando) non ha mancato d’istillare il dubbio, davanti ai microfoni, di un “complotto” ai suoi danni. Quanto sembra distante Suzuka 2016, quando Schumacher, dopo l’esplosione del motore che lo mise fuori dai giochi per la lotta mondiale, andò a ringraziare comunque, uno a uno, tutti i meccanici del suo team…


Morale di tutto: Nico Rosberg, con le unghie e con i denti, anche con durezza (ma non scorrettezza, come ravvisato dai commissari nel contatto con Raikkonen, che gli hanno invece inflitto 10 secondi di penalità), artiglia un terzo posto che lo porta a +23 sull’inglese nella classifica iridata a 5 gare dal termine. Un margine che potrebbe consentirgli di fare il “ragioniere” nei restanti appuntamenti, con un Hamilton costretto ad una affannosa e disperata rimonta.


Capitolo Red Bull: la doppietta, le prestazioni, e l’ottima usura gomme dimostrata in condizioni di asfalto nuovo e alte temperature (che a Baku aveva mandato in crisi le RB 12) Ha dimostrato come il team di Mateschitz “abbia fatto i compiti a casa”, migliorando notevolmente le sue prestazioni dall’inizio dell’anno nei comparti telaio-aerodinamica-sospensioni, “corroborata” da una rinnovata fiducia in Renault che, utilizzando pochi gettoni (e qui si discuterà sul dilemma bravura dei transalpini-“furberie” e concessioni FIA, ma noi propendiamo per la prima ipotesi) sta portando la sua Power Unit Energy F1 (e la “sorella” Tag-Heuer montata dai “tori”) a livello di quella Ferrari (con, probabilmente, una maggior sfruttabilità della modalità “manettino” e una più gestibile curva d’erogazione).
A fare da “ciliegina sulla torta” le prestazioni dei due ottimi piloti, che han dato spettacolo in pista con una battaglia tra di loro dura, bellissima ma contraddistinta dal rispetto reciproco, con un Ricciardo che, oltre ad essere velocissimo (a livello del compagno “astro nascente” Verstappen), si dimostra anche bravissimo nella gestione di gara (in questo, forse, ancora una spanna sopra il giovane olandese).
E tutto ciò potrà essere un ottimo viatico per il 2017 (se Renault manterrà le promesse come sembra), dove tra le altre cose, potremo assistere alle “guerre stellari” tra due concetti di sospensione anteriore differenti nella realizzazione ma univoci nell’intento: quello del terzo elemento anteriore idraulico della Mercedes (il famigerato FRIC 2.0) e quello a molle “a tazza” Belleville della Red Bull. Basterà a vedere (come sperano tutti gli appassionati) una lotta ravvicinata tra due team differenti per l’iride?
Lotta che chissà se vedrà impegnata anche la Ferrari… La Scuderia sembra in fase di piena involuzione tecnica, e l’impotenza e il nervosismo dimostrato da Sebastian Vettel (che nel tentativo, figlio di estrema generosità, di risolvere i guai Ferrari mettendosi davanti fin dalla prima curva alle due più veloci Red Bull), unito ai tanti upgrade provati in pista (alcuni, come la “bat-wing” o le bandelle sul t-tray,
 anche in chiave 2017) ma quasi mai montati in gara (segno di un mancato incremento prestazionale o di una monoposto “plafonata”) sono un chiaro “allarme rosso” sul futuro che attende, sia a breve che dal 2017, il team di Maranello.
Tra i tanti problemi, vogliamo far qui una considerazione: in tutto il tourbillon di tecnici che hanno indossato (e lasciato) la Rossa in questi ultimi 8 anni, solo un nome è rimasto costante ai vertici del dipartimento tecnico della GeS: quello del Chief Designer Simone Resta.
Ora, qui non si vuole fare una “caccia alle streghe” cercando per forza un capro espiatorio, anche perché bisogna riconoscere ed aiutare le professionalità e l’impegno dei giovani tecnici (ancor più se italiani, merce rara in questa Formula Uno tecnicamente sempre più “anglofona”), ma è necessario mettere in luce ogni elemento critico, ogni metodologia (forse) inefficiente che sta portando la Ferrari in una parabola sempre più discendente, soprattutto con, alle porte, un cambiamento regolamentare radicale che, se sfruttato, consentirebbe di andare a lottare “da vicino” con i migliori.
E in questa lotta potrebbe (o vorrebbe) rientrarci anche la McLaren-Honda: i buoni piazzamenti malesi di Alonso (grande 7° dopo essere partito dal fondo, compiendo anche dei buoni sorpassi “di potenza” in pieno rettilineo) e Button (9° al traguardo), alla vigilia del Gran Premio “di casa” per il motorista nipponico, confermano i progressi del team di Woking.
Che, grazie alla “liberalizzazione” degli sviluppi sulle Power Unit, potrebbe arrivare anch’essa ad “azzannare” il Cavallino per un “posto al sole”…
Una chiusa veloce sul comportamento delle Pirelli in pista: Bottas, con le Medium (mescola “low-working range), è rimasto in pista per ben 27 giri, mentre altri piloti, con le Hard (di tipo “high-working range), hanno accusato problemi già al 22° giro. E con le Soft che sono riuscite ad andare ben oltre il limite di giri “consigliato” dalla Casa della Bicocca (21 giri per Raikkonen). Un comportamento, su un asfalto nuovo, sì meno abrasivo ma molto caldo, quantomeno “da approfondire”…
Tra sette giorni c’è già il Giappone e lo stupendo circuito di Suzuka, dove vedremo chi tra l’ottimo telaio Red Bull o l’“esuberanza motoristica” (unita ad un altrettanto gran telaio) Mercedes si adatterà meglio alle pieghe “illuminate” dal Sol Levante.

di Giuseppe Saba (Twitter: @saba_giuseppe)

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