Vetta incontrastata del Mondiale, ottava vittoria stagionale, numero 41 in carriera (raggiungendo così l’ ”idolo” Ayrton Senna) col doveroso saluto a Jules Bianchi: Lewis Hamilton “fa il pieno” in un Gran Premio del Giappone letteralmente dominato dall’inizio alla fine, avvicinandosi decisamente al suo terzo titolo iridato.
L’anglo-caraibico chiude subito la “tenzone” col compagno-rivale Nico Rosberg già al via, dove sfrutta l’indecisione del figlio di Keke e “gentilmente” lo spinge all’esterno della prima curva, guadagnando la testa della corsa senza più lasciarla.
Il tedesco della Mercedes si trova così da subito a dover ricostruire la sua gara, dovendo sfruttare al massimo la mappatura “full boost” della sua Power Unit (che ha subito, proprio per questo, problemi di surriscaldamento) per superare prima la Williams di Bottas alla chicane Triangle (il compagno Massa aveva compromesso la sua gara allo start dopo una toccata con la Red Bull di Ricciardo) e successivamente (al giro 31) la Ferrari di Vettel, attraverso un “undercut” durante la seconda tornata di soste ai box, davvero al limite (dovendo usare il massimo picco di potenza del propulsore e gli pneumatici nuovi per guadagnare quel secondo necessario a ritrovarsi davanti al tetra-campione del mondo di pochissimo).
Ferrari che su questa pista correva “in difesa”, ma che ha dimostrato di aver comunque compiuto un importante passo avanti su questa tipologia di circuiti rispetto ad inizio stagione, girando con la mescola Hard Orange su tempi di pochi decimi più alti rispetto a Rosberg (Hamilton faceva gara a sé); discorso diverso con la mescola White Medium: la tipologia “low working range” si sarebbe dovuta “sposare meglio” con la caratteristica dell’essere “gentile” sulle gomme della SF15-T, ma in questa circostanza è stata proprio quella con cui la Ferrari ha accumulato più gap rispetto alle Frecce d’Argento (anche se, va precisato, le “bianche” sono le coperture predilette dalla Mercedes). Il tutto è probabilmente dovuto ad un assetto sicuramente perfettibile, anche a causa del fatto del non aver potuto girare in condizioni d’asciutto nei primi due turni di prove libere (e qui i rivali tedeschi sono risultati più efficienti nella delibera del setup al simulatore).
Forse, entrando ai box prima o nello stesso giro di Rosberg, il muretto Rosso avrebbe potuto tentare di stare davanti alla seconda Mercedes (come fatto, con successo, al giro 29, quando Raikkonen ha così sopravanzato la temibile, in termini di velocità di punta, Williams di Bottas), ma ciò avrebbe comportato un’incognita notevole sulla durata dell’ultimo treno di gomme, alla luce anche dei fatti di Spa (e mettendo anche in conto le pressioni delle gomme obbligatoriamente più alte del 10% rispetto al Gp 2014).
Anche sul provante circuito di Suzuka Max Verstappen ha mostrato tutto il suo potenziale da “futuro campione del mondo”, arrivando 9° (dopo essersi avviato dalla 17° posizione) dopo aver compiuto un fantastico sorpasso “immediato” e d’ “istinto” sul compagno di squadra Sainz alla chicane, completamente sorpreso dalla manovra del belga.
La storia McLaren-Honda-Alonso ha vissuto a Suzuka un’ulteriore capitolo “travagliato” (forse quello dello “strappo” definitivo tra pilota e team): in un team-radio il pilota asturiano (dopo aver subito l’ennesimo sorpasso) ha definito la Power Unit nipponica “motore da GP2”, dimostrando, come ai tempi della Ferrari, una totale “mancanza di diplomazia” nei rapporti con la squadra in momenti in cui, invece, occorrerebbe “fare quadrato”, che fa sorprendentemente da contraltare alle assolute capacità da fuoriclasse in pista del due volte iridato. Uno “smacco” ancor più grande in quanto “consumato” proprio sul circuito di casa: preludio all’addio al termine della stagione? Il prossimo Gran Premio, sul circuito russo di Sochi, potrebbe essere teatro, oltre che delle normali vicende in pista, anche di questo possibile e clamoroso “divorzio”.

 

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