Romain Grosjean racconta la vicenda completa dell’incidente di domenica scorsa in Bahrain

Il pilota della Haas, Romain Grosjean, è tornato in pista in Bahrain dove la F1 sta svolgendo il secondo week-end di gara. Romain sta bene, ma non è, ovviamente, in grado di tornare in pista. Sta facendo, però, di tutto, per provare a tornare per l’ultima tappa del mondiale ad Abu Dhabi, per quelle che, probabilmente, potrebbe essere la sua ultima gara in F1. Grosjean ha ripercorso i drammatici momenti di quegli interminabili 28 secondi in cui si è trovato prigioniero tra le fiamme, e la sua fuga dall’abitacolo.

Durante il suo racconto, Grosjean ha ammesso che c’è stato un momento in cui si è lasciato prendere dallo sconforto, accettando il suo atroce destino. “Sono in pace con me stesso e sto per morire”, si è detto Romain, prima di pensare alla sua famiglia ed al fatto che non avrebbe potuto abbandonarli. “Ho pensato ai miei figli e mi sono detto che non potevano perdere il loro papà, quel giorno“.

La vicenda nelle parole di Grosjean

Per me non sono stati proprio 28 secondi, dall’interno dell’abitacolo sembravano più 90. Non appena l’auto si è fermata, ho aperto gli occhi, ed ho subito provato a slacciare la cintura di sicurezza. Non ricordo assolutamente cos’ho fatto con il volante, non ho memoria di averlo tolto dal su alloggiamento. Ho cercato di uscire, ma qualcosa mi stava bloccando la testa, quindi mi sono seduto di nuovo in macchina. Il mio primo pensiero è stato ‘aspetterò’. Pensavo di essere a testa in giù contro il muro, dato che avevo perso completamente l’orientamento. Non potevo fare altro che aspettare l’arrivo di qualcuno“.

Poi mi sono guardato intorno e mi sono reso conto di essere avvolto dalle fiamme. Per cui mi sono detto ‘ok, non ho molto tempo per starmene qui ad aspettare’. Ho provato ad uscire dal lato destro ma non c’era spazio, così ho provato di nuovo a sinistra ma non ci riuscivo“.

Ho pensato a Niki Lauda

Quando mi sono reso conto che non riuscivo ad uscire, mi sono seduto di nuovo. Li ho pensato a Niki Lauda, al suo incidente al Nurburgring nel ’79, e mi sono detto che non poteva finire così. Quella non poteva essere la mia ultima gara. Quindi ho provato di nuovo ad uscire ma non ci sono riuscito. Quello è stato il momento più brutto, nel quale il mio corpo si è rilassato, rassegnato“.

Non so perché, ma a quel punto ho provato a girare il casco sul lato sinistro e di provare ad uscire torcendo la spalla. In questa maniera c’era lo spazio per uscire, ma mi rendo conto avevo il piede bloccato. Così mi siedo di nuovo, tiro più forte che posso ed riesco a sfilare il piede dalla scarpa. Ho provato di nuovo ad uscire a sinistra torcendo la spalla e sono riuscito ad uscire“.

In quel momento ho entrambe le mani sul fuoco.  I miei guanti, che normalmente hanno del rosso, stanno cambiando colore, diventando completamente neri perché si stanno sciogliendo. Sento il dolore, ma anche il sollievo di essere uscito dalla macchina.

Quando ho sentito delle mani che mi toccavano ho capito che non ero più solo

Dopo essere uscito dalla macchina sono andato verso le barriere e li ho sentito Ian Roberts che mi ha afferrato per aiutarmi. In quel momento ho capito che non ero più solo, che c’era qualcuno con me ad aiutarmi. Siamo saliti sull’auto medica e mi hanno messo un impacco freddo sulle mani perché sentivo che stavano bruciando. Ian mi ha informato che l’ambulanza stava arrivando e che sarebbero venuti con il lettino. Ed io gli ho detto che non volevo il lettino, ma che preferivo camminare, così tutti avrebbero potuto vedere che stavo bene“.

Quindi si, immagino che questa sia la storia completa di 28 secondi. Ma come si può immaginare, per me sono sembrati molti più di 28, con tutti i pensieri che avevo. Devono essere stati millisecondi, ma per me ogni pensiero è sembrato durare un infinità. Circa due, tre secondi ciascuno“.

A proposito dell'autore

Cresciuto nel mito di Schumacher e della "rossa", appassionato di F1 e di motori, Copywriter e Marketer. Follow me: Linkedin: @Michele Cozzola

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