Nel dibattito tecnico della Formula 1 moderna, Adrian Newey è spesso dipinto come una figura quasi infallibile: il genio dell’aerodinamica, l’uomo capace di piegare i regolamenti alla propria visione, il progettista che “vede” ciò che gli altri scoprono troppo tardi.
Ma questa narrazione, per quanto affascinante, merita una lettura più critica.
Newey è senza dubbio l’ingegnere che più di ogni altro ha spinto la ricerca aerodinamica verso l’estremizzazione, spesso subordinando completamente la meccanica al concetto aero. Le sue vetture funzionano al massimo quando tutto è perfettamente allineato: altezza da terra ideale, finestra di utilizzo strettissima, flussi puliti. Quando il puzzle combacia, il risultato è devastante. Quando non lo fa, emergono limiti evidenti.

Ed è qui che il confronto in Formula 1 con Rory Byrne diventa inevitabile.
Byrne, artefice delle Ferrari degli anni d’oro insieme a Ross Brawn e Jean Todt in Ferrari, rappresentava quasi l’opposto filosofico di Newey. Le sue monoposto non colpivano l’occhio, non urlavano “genio”, non sembravano rivoluzionarie. Eppure, distruggevano sistematicamente la concorrenza.
Le Ferrari F2002 e F2004 non erano estreme: erano equilibrate, meccanicamente solide, con una finestra di funzionamento ampia e una prevedibilità che permetteva al pilota di sfruttarle sempre, su qualsiasi pista e in qualsiasi condizione. L’aerodinamica c’era, ed era raffinata, ma non cannibalizzava la meccanica.
E i risultati parlano chiaro.
Negli stessi anni in cui Newey firmava vetture tecnicamente brillanti ma spesso fragili o incostanti, Byrne costruiva monoposto che non lasciavano scampo. Non per una superiorità teorica, ma per una superiorità pratica. Le Ferrari non erano perfette sul giro secco, ma erano devastanti sulla distanza, sulla stagione, sul campionato.
Questo mette in luce un aspetto spesso ignorato nel racconto attuale:
Newey non ha sempre vinto, anzi. La sua carriera è fatta anche di progetti geniali che non hanno portato titoli, di vetture velocissime ma ingestibili, di soluzioni troppo avanzate per essere sfruttate con continuità.
Byrne, al contrario, raramente ha inseguito l’estremo. Ha inseguito la coerenza tecnica, l’armonia tra telaio, sospensioni, aerodinamica e pneumatici. Una filosofia meno appariscente, ma tremendamente efficace.
Alla luce di questo confronto, anche il progetto AMR26 andrebbe letto con maggiore prudenza. L’estremizzazione aerodinamica affascina, accende l’hype, ma non è una garanzia di successo. Senza una base meccanica solida e una finestra di utilizzo ampia, il rischio è quello di costruire una macchina straordinaria… solo sulla carta.
La storia della Formula 1 insegna che non vince chi osa di più, ma chi sbaglia meno.
E in questo, Rory Byrne ha dato lezioni che ancora oggi meritano di essere ricordate — soprattutto quando il mito rischia di prendere il posto dell’analisi.
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