Ferrari F1 2026, il problema non è soltanto la power unit

Vito Defonseca
19 Min Read
MIAMI, FLORIDA - MAY 02: Max Verstappen of the Netherlands driving the (3) Oracle Red Bull Racing RB22 Red Bull Ford and Lewis Hamilton of Great Britain driving the (44) Scuderia Ferrari SF-26 battle for track position during the Sprint ahead of the F1 Grand Prix of Miami at Miami International Autodrome on May 02, 2026 in Miami, Florida. (Photo by Rudy Carezzevoli/Getty Images)

Per anni il dibattito sulle difficoltà della Ferrari in Formula 1 si è concentrato su un elemento alla volta. Prima il telaio, poi le sospensioni, quindi il bilanciamento aerodinamico e la gestione degli pneumatici. Con il regolamento 2026, il motore è diventato il principale indiziato. Ma il confronto con Red Bull suggerisce che continuare a cercare una singola causa rischia di nascondere il problema più importante.

La questione riguarda l’intero progetto tecnico della Scuderia: la capacità di interpretare un regolamento, prendere le decisioni corrette, integrare telaio e power unit e sviluppare la monoposto durante la stagione.

Il caso Red Bull rende questo confronto particolarmente significativo. La squadra di Milton Keynes ha affrontato il debutto come costruttore di power unit, in collaborazione con Ford, proprio nell’anno in cui la Formula 1 ha introdotto una nuova generazione di motori con un ruolo molto più importante della componente elettrica. Contemporaneamente, ha dovuto fare i conti con l’uscita di numerose figure di primo piano.

Eppure, dopo una prima parte di stagione difficile, Red Bull ha trovato competitività e ha conquistato due vittorie consecutive.

Ferrari, al contrario, continua a dover spiegare perché un’organizzazione con una lunga esperienza motoristica e importanti risorse tecniche non riesca a esprimere tutto il potenziale atteso.

La domanda, quindi, non è soltanto perché il motore Ferrari sia meno competitivo. È perché l’intero progetto non sia riuscito a costruire un vantaggio sufficiente sui rivali.

F1 2026 Aduo Formula 1 power unit FERRARI
F1 2026 Aduo Formula 1 power unit newsf1.it Credits Disegno Salvatore Asero

Motore Ferrari contro Red Bull Ford: un confronto che fa riflettere

Il dato più difficile da ignorare riguarda la power unit.

Ferrari sviluppa motori da competizione da decenni e dispone di competenze, infrastrutture e conoscenze accumulate attraverso numerosi cicli regolamentari. Red Bull, invece, ha costruito da zero una propria divisione motoristica, affidandosi alla collaborazione tecnica con Ford per affrontare una sfida industriale complessa.

Questo non significa che Red Bull sia partita senza competenze: ha assunto specialisti del settore, costruito strutture dedicate e avviato il programma con largo anticipo. Ma il debutto del 2026 rappresentava comunque un salto importante rispetto al precedente ruolo di cliente di un motorista esterno.

Il risultato è arrivato in pista. La FIA, attraverso il sistema ADUO, ha individuato il motore termico Red Bull-Ford come riferimento prestazionale nelle prime due valutazioni del 2026. Ferrari, insieme ad Audi e Honda, è risultata nella fascia di deficit superiore al 4% nella prima finestra, ottenendo due opportunità aggiuntive di omologazione per gli sviluppi. Nella seconda finestra, invece, non sono state assegnate ulteriori opportunità a nessun costruttore.

Il dato va interpretato correttamente: l’ADUO valuta la prestazione del motore a combustione interna, non l’intera power unit né la competitività complessiva della monoposto. Tuttavia, il risultato certifica un elemento concreto: Red Bull ha realizzato un motore termico che, secondo la valutazione della FIA, si trova davanti alla concorrenza.

Per Ferrari, questo è un campanello d’allarme importante.

Non è sufficiente spiegare il risultato con un concetto tecnico sbagliato. Un progetto può imboccare una strada meno efficace, soprattutto quando cambia radicalmente il regolamento. Ma un costruttore esperto deve essere giudicato anche sulla qualità del processo con cui individua le soluzioni, valuta le alternative e verifica i risultati.

Il problema non è aver commesso un errore. È capire perché quell’errore sia stato commesso, quanto fosse prevedibile e quali strumenti l’organizzazione avesse a disposizione per evitarlo.

Il vero problema Ferrari è strutturale

La power unit rappresenta soltanto una parte della questione. In Formula 1, infatti, nessun componente può essere valutato completamente isolandolo dal resto della monoposto.

Il motore interagisce con il telaio, con l’aerodinamica, con il sistema di raffreddamento e con la gestione dell’energia. Le scelte progettuali si condizionano a vicenda e richiedono un’integrazione efficace tra reparti differenti.

Un deficit motoristico può penalizzare la velocità sul rettilineo. Ma non spiega automaticamente ogni difficoltà in curva, ogni problema di bilanciamento, ogni limite nella gestione delle gomme o ogni aggiornamento che non produce il guadagno atteso.

È qui che la discussione deve spostarsi dal singolo componente alla qualità complessiva del progetto Ferrari.

Se la SF-26 non riesce a esprimere una competitività costante, la responsabilità dell’analisi non può fermarsi alla potenza del motore. Occorre valutare anche l’efficienza aerodinamica, la capacità di generare carico senza aumentare eccessivamente la resistenza, il comportamento del fondo e la correlazione tra simulazioni, galleria del vento e pista.

Non si tratta di sostenere che Ferrari abbia sbagliato necessariamente ogni singola scelta. Si tratta di riconoscere che una monoposto è il prodotto di un sistema di decisioni e che i risultati di quel sistema devono essere valutati nel loro insieme.

Quando le difficoltà si ripresentano attraverso componenti differenti e in cicli regolamentari diversi, diventa legittimo chiedersi se il problema sia più profondo del singolo errore tecnico.

Il fallimento da analizzare non è necessariamente quello di una singola soluzione: è il rischio di un’organizzazione che non riesce a trasformare le proprie risorse in un vantaggio competitivo.

Ferrari SF-26 Bargeboards
Ferrari SF-26 Bargeboards

Il telaio Ferrari era davvero il punto di forza?

Per una parte della stagione, il telaio e l’aerodinamica sono stati indicati come gli elementi che avrebbero potuto compensare i limiti della power unit Ferrari. L’argomento era semplice: con un motore più potente, la SF-26 avrebbe potuto esprimere un potenziale molto maggiore.

Ma questa spiegazione richiede una verifica.

Il carico aerodinamico, da solo, non determina la qualità di una monoposto. Contano anche la resistenza all’avanzamento, la distribuzione del carico, il bilanciamento nelle diverse fasi della curva, la trazione e la capacità di mantenere una prestazione costante durante la gara.

Inoltre, il confronto tra due vetture non può basarsi soltanto sulle impressioni visive o su un singolo settore della pista. Per dimostrare una superiorità telaistica servono dati comparabili, analisi dei long run, comportamento nelle curve e riscontri coerenti su circuiti con caratteristiche differenti.

Le ultime due gare hanno comunque reso più difficile sostenere che Ferrari possa contare su una superiorità complessiva della monoposto rispetto a Red Bull.

In Malesia, Verstappen ha conquistato la vittoria, mentre le Ferrari di Hamilton e Leclerc hanno chiuso rispettivamente terza e quarta. A Singapore, Verstappen si è ripetuto, con Leclerc secondo e Hamilton sesto.

I risultati non dimostrano da soli che Red Bull abbia un telaio superiore in assoluto. A Singapore, per esempio, Leclerc ha concluso alle spalle di Verstappen. Ma la doppia vittoria della squadra rivale dimostra che il suo pacchetto complessivo è diventato estremamente competitivo.

È quindi necessario abbandonare le semplificazioni: non basta attribuire le difficoltà Ferrari al motore e considerare automaticamente eccellente tutto il resto.

Se il vantaggio telaistico esiste, deve essere dimostrato. Se invece Red Bull ha recuperato anche sul piano aerodinamico e dinamico, Ferrari deve riconoscere che la concorrenza ha trovato soluzioni efficaci in più aree.

La consolazione del telaio non può diventare un’altra giustificazione permanente.

Red Bull ha perso Newey e Horner, ma ha saputo reagire

Il confronto organizzativo è altrettanto importante.

Red Bull ha perso Adrian Newey, figura centrale nella progettazione delle sue monoposto, e Christian Horner, team principal per una lunga fase della storia sportiva della squadra. Nel corso degli ultimi anni sono usciti anche altri tecnici e dirigenti di primo piano, tra cui Rob Marshall, Jonathan Wheatley e Will Courtenay, con ulteriori cambiamenti nella struttura tecnica.

La riorganizzazione non è stata indolore e non è corretto descrivere Red Bull come una squadra che non abbia attraversato difficoltà. L’avvio del 2026 ha evidenziato limiti e problemi, mentre il nuovo progetto motoristico doveva ancora dimostrare il proprio valore.

La differenza è che la squadra ha continuato a lavorare, ha ridefinito le responsabilità e ha cercato di integrare le competenze disponibili con nuove figure professionali.

Sotto la guida di Laurent Mekies, Red Bull ha progressivamente ritrovato competitività. Le vittorie in Malesia e Singapore rappresentano un risultato concreto di questo percorso, anche se due gare non bastano per dimostrare che tutti i problemi siano stati risolti.

È proprio questo il punto del confronto con Ferrari.

Anche Maranello ha bisogno di stabilità, continuità e tempo per sviluppare il proprio progetto. Ma queste esigenze non possono diventare una risposta valida a prescindere dai risultati.

Se una squadra che deve affrontare contemporaneamente un nuovo motore, una rivoluzione regolamentare e importanti cambiamenti organizzativi riesce a reagire, mentre un costruttore con una struttura consolidata fatica a trovare la stessa competitività, la domanda sulla qualità delle rispettive organizzazioni diventa inevitabile.

Non è una questione di risorse economiche o di prestigio storico. È una questione di capacità di esecuzione.

sospensione Ferrari F1 filming day
sospensione Ferrari F1 filming day foto credits media Ferrari X

Dalla sospensione al motore: ogni anno una nuova giustificazione?

Uno degli aspetti più frustranti del dibattito sulla Ferrari riguarda il ripetersi di spiegazioni tecniche che, di volta in volta, sembrano spostare altrove il centro del problema.

Negli anni precedenti si è discusso a lungo delle sospensioni, della capacità della monoposto di lavorare nella corretta finestra aerodinamica e dei compromessi necessari per sfruttare il carico del fondo. Oggi l’attenzione si concentra soprattutto sul concetto della power unit 2026.

È importante distinguere le analisi tecniche documentate dalle ricostruzioni e dalle ipotesi circolate nel paddock. Non ogni spiegazione attribuita alla Ferrari è una posizione ufficiale della squadra e non ogni problema può essere ricondotto a una singola scelta progettuale.

Il punto, però, rimane: quando una stagione non soddisfa le aspettative, il racconto tende spesso a concentrarsi sull’errore specifico che avrebbe compromesso il risultato. Il rischio è che la discussione si esaurisca nella ricerca dell’ennesima causa tecnica, senza affrontare la questione della responsabilità complessiva.

Una sospensione sbagliata, una scelta aerodinamica inefficace o un motore meno competitivo non sono fatalità nel senso di eventi inevitabili e incontrollabili. Sono rischi progettuali che un’organizzazione deve saper valutare e gestire.

Nessun ingegnere può garantire che ogni soluzione sia vincente. Ma un gruppo tecnico deve essere in grado di confrontare alternative, riconoscere gli errori e correggere rapidamente le decisioni che non funzionano.

Per questo la domanda non è chi debba essere individuato come responsabile di un singolo errore. È se la struttura abbia gli strumenti e la leadership necessari per evitare che errori diversi producano, anno dopo anno, lo stesso risultato: una Ferrari che non riesce a trasformare le proprie ambizioni in una monoposto da titolo.

ferrari f1 elkan
ferrari f1 elkan di Alessandro Martellotta per newsf1.it

Ferrari non può invocare ogni volta il tempo necessario per riorganizzarsi

La riorganizzazione è una delle giustificazioni più frequenti quando una squadra non riesce a raggiungere i propri obiettivi. È un argomento che ha una sua validità: modificare i processi di lavoro, integrare nuovi tecnici e costruire una struttura efficace richiede tempo.

Ma il tempo non è una risorsa illimitata e non può essere considerato una spiegazione sufficiente per ogni stagione deludente.

Ferrari deve dimostrare che il lavoro svolto produce miglioramenti misurabili. Deve dimostrare che gli aggiornamenti funzionano, che le scelte progettuali sono coerenti con gli obiettivi e che le difficoltà vengono affrontate senza dover ricominciare continuamente da capo.

Il confronto con Red Bull rende questa esigenza ancora più evidente. La squadra di Milton Keynes ha dovuto gestire uscite importanti e una nuova divisione motoristica, ma è riuscita a ottenere risultati di alto livello nel corso della stessa stagione.

Non significa che il modello Red Bull sia privo di problemi o che possa essere replicato automaticamente a Maranello. Significa che la capacità di reagire alle difficoltà è una parte fondamentale della competitività.

Ferrari non può limitarsi a chiedere fiducia sulla base della propria storia, delle risorse disponibili o delle promesse legate al prossimo aggiornamento.

La fiducia deve essere sostenuta dai risultati.

red bull F1 2026
red bull F1 2026 disegno di Salvatore Asero per newsf1.it

Ferrari è seconda in classifica, ma Red Bull ha lanciato un segnale

La situazione del Mondiale Costruttori impone una distinzione importante. Prima del Gran Premio degli Stati Uniti, Ferrari occupa il secondo posto con 444 punti, mentre Red Bull è quarta con 332. La Scuderia mantiene quindi un vantaggio di 112 punti sulla rivale nella classifica stagionale.

Non sarebbe corretto parlare di un sorpasso complessivo già avvenuto in campionato. Il dato delle ultime due gare, però, racconta una tendenza che Ferrari non può ignorare: Verstappen ha conquistato due vittorie consecutive e Red Bull ha mostrato una capacità di recupero significativa.

Il confronto deve essere letto su due livelli distinti.

Il primo è quello dei risultati accumulati durante la stagione, dove Ferrari conserva un vantaggio importante. Il secondo riguarda il potenziale espresso nelle gare più recenti, nel quale Red Bull ha dimostrato di poter competere per la vittoria con una monoposto diventata più efficace.

È proprio questo secondo aspetto a rendere il quadro preoccupante per Maranello.

La classifica non cancella i limiti tecnici e non garantisce che il vantaggio possa essere mantenuto. Allo stesso tempo, due vittorie non dimostrano che Red Bull abbia risolto ogni problema. Ma la direzione del lavoro è evidente: la squadra sta trasformando il proprio progetto in risultati concreti.

Ferrari deve rispondere con la stessa concretezza, non con un’altra spiegazione.

Ferrari F1 2026, la responsabilità è dell’intero progetto

Il confronto con Red Bull non serve a negare la storia tecnica della Ferrari, né a sostenere che ogni scelta di Maranello sia stata sbagliata. Serve a mettere in evidenza una contraddizione che diventa sempre più difficile da ignorare.

Da una parte c’è un costruttore con decenni di esperienza nella progettazione delle power unit, una struttura consolidata e l’ambizione di lottare per il titolo. Dall’altra c’è una squadra che ha affrontato il debutto come motorista nel 2026, collaborando con Ford, e ha dovuto contemporaneamente gestire una profonda riorganizzazione.

Red Bull ha dimostrato di poter costruire una power unit competitiva e di poter migliorare la monoposto fino a vincere due Gran Premi consecutivi. Ferrari, invece, deve ancora dimostrare che il proprio progetto possa competere con continuità ai massimi livelli.

Il problema, quindi, non può essere ridotto alla sola potenza del motore. Se anche il presunto vantaggio telaistico non trova conferme sufficienti, se gli aggiornamenti non producono un salto di prestazione e se le difficoltà vengono spiegate ogni volta attraverso una nuova causa tecnica, è necessario allargare l’analisi.

La responsabilità non appartiene necessariamente a una singola persona o a un singolo reparto. Riguarda il modo in cui la squadra prende le decisioni, coordina le proprie competenze e verifica l’efficacia del lavoro.

Ferrari ha tutto il diritto di sbagliare un progetto. Ma non può trasformare ogni errore in una fatalità, né chiedere che il proprio passato venga utilizzato come garanzia del futuro.

Red Bull ha dimostrato che anche una sfida industriale enorme può produrre risultati in tempi relativamente brevi. Adesso Ferrari deve dimostrare di saper fare altrettanto con le risorse e l’esperienza che possiede.

Il vero fallimento non è aver sbagliato un motore o una sospensione. È non riuscire a trasformare gli errori in un progetto vincente. E, per Ferrari, la risposta non può arrivare da un’altra giustificazione: deve arrivare dalla pista.

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