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A Monza la Ferrari rende omaggio a Michael Schumacher con una livrea ispirata alla F310, la prima monoposto guidata dal campione tedesco a Maranello. Nel weekend del GP d’Italia, Rodi Basso racconta a NEWSF1 la qualità che impressionava tutti gli ingegneri Ferrari: Schumacher riusciva a portare la vettura al limite praticamente dal primo giro in pista.
- Schumacher torna protagonista nel weekend di Monza
- “Michael era già al limite dal primo giro”
- Un vantaggio enorme per il lavoro degli ingegneri Ferrari
- Schumacher non cercava il limite: sembrava conoscerlo già
- Il feedback di Schumacher era parte dello sviluppo della Ferrari
- Essere veloci non basta: serve spiegare la macchina
- Una mentalità che ha costruito il ciclo vincente Ferrari
- Perché Monza rende questo ricordo ancora più speciale
- Analisi NEWSF1
- Guarda l’intervista completa a Rodi Basso
Schumacher torna protagonista nel weekend di Monza
Il Gran Premio d’Italia 2026 non è soltanto la gara di casa della Ferrari. Monza è diventata anche l’occasione per ricordare uno dei capitoli più importanti della storia del Cavallino.
Sulla SF-26 compare infatti una livrea celebrativa ispirata alla Ferrari F310, la monoposto con cui Michael Schumacher iniziò la sua avventura in rosso nel 1996. Un omaggio che ha riportato il nome del sette volte campione del mondo al centro dell’attenzione proprio nel weekend più sentito dai tifosi ferraristi.
È in questo contesto che acquista ancora più valore il racconto di Rodi Basso, ex ingegnere Ferrari e Red Bull, protagonista di un’intervista esclusiva a NEWSF1. Chi ha lavorato al fianco di Schumacher descrive una qualità che andava oltre il talento puro e che, ancora oggi, viene ricordata come uno dei segreti del ciclo vincente di Maranello.
“Michael era già al limite dal primo giro”
Per Rodi Basso c’è una caratteristica che distingue Schumacher da quasi tutti gli altri piloti incontrati nella sua carriera.
Michael riusciva a essere praticamente al limite della monoposto fin dai primi giri della sessione. Non aveva bisogno di una lunga fase di adattamento per capire dove fosse il confine della vettura.
Secondo Basso, questa capacità era impressionante soprattutto dal punto di vista ingegneristico. Gli bastavano pochi passaggi per capire come si comportava la Ferrari e iniziare subito a fornire indicazioni utili al team.
Era una qualità che faceva risparmiare tempo prezioso durante ogni weekend di gara.
Un vantaggio enorme per il lavoro degli ingegneri Ferrari
Nell’intervista, Rodi Basso spiega che la velocità di Schumacher aveva un valore molto più profondo del semplice cronometro.
Quando un pilota raggiunge immediatamente il limite della monoposto, gli ingegneri ricevono subito un riferimento affidabile. Da quel momento possono iniziare il lavoro di messa a punto con indicazioni molto precise.
Questo permetteva alla Ferrari di accelerare tutto il programma del weekend, individuando rapidamente la direzione corretta per assetto e sviluppo.
Per Basso era uno dei motivi che rendevano Schumacher così prezioso per il team.
Schumacher non cercava il limite: sembrava conoscerlo già
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda proprio il modo in cui Michael interpretava la vettura.
Rodi Basso racconta che Schumacher sembrava sapere immediatamente quale fosse il potenziale della monoposto. Non costruiva il ritmo poco alla volta, ma arrivava quasi subito nella finestra di utilizzo ideale della Ferrari.
Questa sensibilità permetteva di capire con estrema rapidità se una modifica aveva migliorato oppure peggiorato il comportamento della vettura.
È un dettaglio che racconta molto del rapporto tra pilota e ingegneri.
Il feedback di Schumacher era parte dello sviluppo della Ferrari
Per Rodi Basso, Schumacher non era soltanto un pilota velocissimo.
Era uno degli strumenti principali nello sviluppo della monoposto.
Ogni modifica provata in pista riceveva un feedback estremamente dettagliato, capace di indirizzare il lavoro degli ingegneri verso la soluzione migliore.
Secondo Basso, questa precisione nella comunicazione era fondamentale tanto quanto la velocità sul giro.
Essere veloci non basta: serve spiegare la macchina
L’ex ingegnere Ferrari fa una distinzione molto interessante.
Esistono piloti naturalmente molto veloci, ma non tutti riescono a trasformare le sensazioni in informazioni tecniche utili.
Schumacher, invece, riusciva a descrivere con precisione il comportamento della Ferrari, aiutando il team a comprendere dove intervenire.
Per Basso questa era una delle sue qualità più rare.
Una mentalità che ha costruito il ciclo vincente Ferrari
L’intervista collega questa capacità al metodo di lavoro della Ferrari di quegli anni.
Michael Schumacher contribuiva a creare una cultura tecnica fatta di precisione, disciplina e sviluppo continuo. Ogni sessione diventava un’occasione per migliorare la monoposto e far crescere tutta la squadra.
Secondo Rodi Basso, quella mentalità è stata uno degli ingredienti fondamentali del ciclo vincente costruito insieme a Jean Todt, Ross Brawn e Rory Byrne.
Perché Monza rende questo ricordo ancora più speciale
L’omaggio scelto dalla Ferrari per il Gran Premio d’Italia rende ancora più attuale questo racconto.
La SF-26 porta in pista un richiamo alla F310 proprio nel weekend più importante per i tifosi ferraristi, ricordando l’inizio dell’avventura di Schumacher a Maranello.
Per chi ha vissuto quell’epoca, Monza diventa così un ponte tra la Ferrari che iniziava un progetto destinato a cambiare la storia della Formula 1 e la Ferrari che oggi cerca di costruire un nuovo ciclo tecnico.
Analisi NEWSF1
Il racconto di Rodi Basso aggiunge un dettaglio prezioso alla figura di Michael Schumacher. Non parla delle vittorie, dei titoli o dei record, ma di ciò che accadeva lontano dalle telecamere, dentro il box Ferrari.
La qualità che più colpiva gli ingegneri era la capacità di portare la monoposto al limite praticamente dal primo giro e trasformare quelle sensazioni in indicazioni tecniche immediatamente utilizzabili.
Nel weekend di Monza, dove Ferrari ha scelto di ricordare Schumacher con una livrea ispirata alla F310, questa testimonianza assume un valore ancora più forte: racconta perché Michael non è stato soltanto uno dei piloti più vincenti della Formula 1, ma anche uno dei più importanti nello sviluppo tecnico della Ferrari moderna.
Guarda l’intervista completa a Rodi Basso
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