Ferrari Il weekend del Qatar ha offerto l’ennesima conferma di un tema centrale nella stagione Ferrari: la difficoltà nel massimizzare la prestazione in un format Sprint. L’analisi del comportamento della SF-25 in questo tipo di appuntamento mostra infatti una costante evidente: la monoposto di Maranello non dispone di una finestra di funzionamento ampia come quella dei principali rivali, e in uno scenario con prove libere ridotte questo diventa un fattore critico.
Nel format Sprint la libertà di affinare il setup è minima. Una singola sessione di prove libere deve bastare per trovare equilibrio, carico aerodinamico e gestione gomme: chi ha una vettura “universale”, capace cioè di performare in un ampio range di condizioni, parte con un vantaggio naturale. È il caso della McLaren, che negli ultimi appuntamenti sprint del mondiale è riuscita a essere competitiva fin da subito grazie a una finestra operativa larga, che rende più semplice individuare un assetto efficace senza bisogno di tanti aggiustamenti progressivi.

La scelta Ferrari: puntare alla domenica sacrificando il sabato?
L’approccio Ferrari in Qatar è stato chiaro: massimizzare la performance in gara, anche a costo di arrivare meno preparati alla Sprint Qualifying. Il team guidato da Frédéric Vasseur si è orientato verso un’impostazione simile, per filosofia, a quella adottata spesso dalla Red Bull nelle fasi di dominio: concentrare l’assetto e la messa a punto sulla massima efficacia nel Gran Premio della domenica, quando i punti sono più pesanti e l’usura gomme diventa la variabile determinante.
La logica è semplice: con una vettura dalla finestra operativa ristretta, adattarsi rapidamente non è facile. Con così pochi giri a disposizione, la scelta più razionale può essere quella di puntare direttamente al target prestazionale per la gara lunga, accettando che nelle sessioni del sabato la macchina possa non essere nel suo pieno potenziale. Il sacrificio immediato può risultare in un ritorno migliore nella corsa principale.

Il limite di questa strategia
La visione Ferrari, però, è un’arma a doppio taglio. Se le condizioni in pista cambiano oppure se l’assetto pensato per la domenica non restituisce i benefici attesi, si rischia di ritrovarsi con una vettura non ottimale per l’intero weekend. Il format sprint non concede margini di correzione: se il setup non funziona, non c’è il tempo tecnico per “rincorrere” la prestazione e ottimizzare il pacchetto.
È qui che squadre come McLaren e, in alcuni casi, la stessa Red Bull godono di un vantaggio naturale: una maggiore elasticità aeromeccanica significa non dover “colpire il target perfetto” per essere veloci. Ferrari invece, con una finestra di utilizzo ristretta, ha bisogno di un assetto molto preciso per sprigionare il massimo potenziale della SF-25.
Uno scenario chiaro.
L’esito del Qatar apre un interrogativo più ampio: continuare a puntare tutto sulla gara principale può risultare una scelta efficace nel breve periodo, ma per competere stabilmente ad armi pari nei weekend Sprint serve allargare la famosa finestra operativa. È un aspetto tecnico complesso, che include aerodinamica, sospensioni e interazione gomma-asfalto, ma è anche la direzione inevitabile se Ferrari vorrà trasformare questa stagione da dignitosa a realmente vincente.
In un campionato dove ogni dettaglio può spostare gli equilibri, il comportamento della monoposto nelle condizioni non ideali è sempre più un fattore decisivo. Il Qatar non è stato un passo indietro, ma un riflesso fedele del DNA tecnico della SF-25: competitiva quando trova l’ambiente giusto, vulnerabile quando deve adattarsi in fretta.
Il punto è proprio questo: nelle Sprint, la velocità non si misura solo sul cronometro, ma anche nel tempo necessario per “capire” la macchina. E oggi, in questo aspetto, Ferrari paga qualcosa rispetto ai migliori.
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