Giunto all’ottava stagione, Drive to Survive è ormai un prodotto morto e sepolto, senza più alcuna utilità commerciale e quasi controproducente per la F1.
Da diversi anni a questa parte, l’ultimo weekend di calma prima dell’inizio della stagione di F1 corrisponde con il rilascio dell’ultima stagione di Drive to Survive . Negli anni, la docu-serie Netflix ha permesso alla categoria regina del motorsport di attrarre moltissimi nuovi fan e partner commerciali da mercati, come gli Stati Uniti, e segmenti di pubblico, prevalentemente giovani e ragazze della Generazione Z, precedentemente disinteressati a questo sport. Giunto all’ottava stagione, però, Drive to Survive si è completamente svuotato delle caratteristiche distintive che ne hanno favorito il successo iniziale, diventando un prodotto di bassissima qualità sia narrativa sia divulgativa.

Per parlare in maniera oggettiva della serie Netflix è necessario togliersi il mantello di appassionati di lunga data, mettendosi per un attimo nei panni di un qualsiasi spettatore televisivo disinteressato allo sport. Il grande contributo di Drive to Survive è stato intercettare proprio quella fetta di pubblico, convertendo una parte molto corposa di spettatori in appassionati di F1. Si tratta di un risultato straordinario per uno sport, all’epoca, in caduta libera in termini di seguito e rilevanza culturale, oltre che molto lontano dagli standard minimi di qualità narrativa e capacità promozionali raggiunti da altre competizioni sportive nazionali e internazionali. La vecchia F1 ecclestoniana, inaccessibile ed elitaria, non funzionava più e non sarebbe durata ancora a lungo senza accogliere nuovi appassionati.
Questo successo deriva dall’accesso senza precedenti garantito da Liberty Media alle telecamere di Box To Box Films, una casa di produzione britannica. Tutti i principali attori del circus hanno sposato il progetto entro le prime due stagioni, garantendo a Netflix un contatto continuo con i piloti, i Team Principal ed altri protagonisti del paddock. Questa apertura ha permesso alla produzione di raccogliere moltissimi contenuti esclusivi e dietro le quinte, uniti in fase di montaggio per creare archi narrativi coerenti e interessanti non solo per occhi inesperti, ma talvolta anche per appassionati più accaniti. Se prima il paddock della F1 rappresentava un mondo inaccessibile ed esclusivo, Drive to Survive ha improvvisamente svelato le sue dinamiche e le sue personalità più importanti.
La serie deve parte del suo successo anche alla fortuna, dato che la sua miglior stagione, la seconda, esce in concomitanza con i lockdown per la pandemia di Covid-19, portando fiumi di pubblico a seguire i campionati precedenti su Netflix in attesa del ritorno in pista. Oltre all’impareggiabile accesso dietro le quinte, le prime due stagioni di Drive to Survive rappresentano un prodotto discreto perché introducono efficacemente le caratteristiche dei team ed approfondiscono bene le personalità di piloti e Team Principal. Nascono così nuove star inattese, come Steiner e Ricciardo, mentre l’arrivo di tanti giovani piloti, compresi i vari Leclerc, Norris, Russell, Albon e Gasly, aiutano i nuovi appassionati ad identificarsi con un pilota o sostenere una scuderia.
Dopo il picco della seconda stagione, il crollo in qualità di Drive to Survive è verticale ed evidente. Nel 2020, le difficoltà di registrazione causate dalla pandemia rendono la terza stagione avara di contenuti, mentre la narrazione completamente distorta ed incompleta della lotta mondiale tra Verstappen ed Hamilton nel 2021, insieme ad un utilizzo sempre maggiore di team radio e filmati decontestualizzati e riciclati per favorire una trama preconfezionata, affossa la credibilità della serie per tutti i tipi di spettatori. Da lì in poi, Drive to Survive si trasforma in un semplice e ripetitivo resoconto della stagione, con scene “dietro le quinte” chiaramente premeditate e sempre meno capacità di introdurre o approfondire temi e personalità del circus.

Il calo della serie Netflix è evidente non solo nei contenuti, ma anche nei dati di ascolto che, raramente, sono messi a disposizione dalla piattaforma streaming statunitense. Secondo alcuni report, la settima stagione ha visto un calo del 16% delle ore totali di consumo rispetto alla sesta, proseguendo la tendenza negativa cominciata a partire dalla quinta edizione. Il crollo qualitativo della serie è certificato soprattutto dalle numerose opinioni negative da parte degli stessi fan che si sono avvicinati alla F1 proprio grazie alle prime stagioni di Drive to Survive.
L’ottava stagione è il solito ripetitivo susseguirsi di cliché triti e ritriti riguardo alla F1, che lascia poco o nulla in termini di informazioni interessanti o retroscena utili oltre a quanto già conosciuto attraverso la copertura mediatica tradizionale. Per un appassionato, gli unici aneddoti d’interesse sono l’entità dello stress psicologico e delle minacce subiti da Doohan nei mesi in Alpine e le infinite giornate di marketing appioppate da Mercedes ad Antonelli. Per il resto, il montaggio della serie mira principalmente a regalare qualche sorriso e qualche meme, selezionando moltissimi dialoghi scherzosi tra i piloti o i Team Principal, ma eliminando qualsiasi filo logico e temporale in una stagione che avrebbe regalato moltissimi spunti narrativi per attirare nuovi appassionati.
Mettiamoci di nuovo nei panni dello spettatore disinteressato alla F1, ma incuriosito dalla nuova uscita su Netflix. Poiché la serie segue uno sport su base annuale, certamente inizieremo a seguire Drive to Survive dalla stagione appena terminata, per poi recuperare quelle precedenti. Dall’ottava stagione, emerge che il protagonista del campionato 2025 non è stato né un pilota né un Team Principal, bensì il CEO della McLaren Zak Brown. Il manager americano appare in maniera compulsiva nell’arco della serie, tanto da far emergere più una fastidiosa spacconeria piuttosto che le sue abilità in ambito commerciale. In maniera altrettanto compulsiva, Brown reitera l’equità di McLaren nella gestione dei piloti, sebbene la serie non si soffermi minimamente su questo aspetto decisivo nel mondiale.
L’approccio di Netflix alla lotta mondiale è un’aberrazione non solo per un appassionato di corse, ma anche per chiunque apprezzi gli elementi narrativi e divulgativi di una docu-serie. In Drive to Survive, il campionato della McLaren termina apparentemente a Silverstone, con Piastri in vantaggio di 8 punti, per poi ricominciare a Las Vegas, dove Norris ha magicamente preso la leadership con 24 lunghezze. Con questo buco narrativo di nove gare, la serie manca completamente la parte decisiva della lotta intestina in McLaren: le polemiche strategiche di Budapest e Monza; il ritiro di Norris a Zandvoort; il weekend nero di Piastri a Baku; i contatti di Singapore ed Austin; il crollo dell’australiano e la rimonta dell’inglese nella tournée americana.

Anche l’epica rimonta di Verstappen tra Monza e San Paolo viene liquidata molto rapidamente, dedicandole giusto qualche secondo per informare che l’olandese è improvvisamente tornato in lotta. L’episodio dedicato alla Red Bull s’incentra quasi esclusivamente sulla fine ingloriosa dell’avventura di Christian Horner e le difficoltà del team dopo l’avvicendamento tra Lawson e Tsunoda. Nel trattare l’addio del manager britannico, Drive to Survive tenta goffamente di riabilitarne l’immagine dopo averlo dipinto per anni come il nemico pubblico numero uno, restituendo solo in parte le sue emozioni con riprese poco genuine. Allo stesso tempo, l’arrivo e l’impatto di Laurent Mekies vengono totalmente ignorati fino a Las Vegas, dove compare all’improvviso nella puntata dedicata esclusivamente ai quattro Team Principal.
L’ottava edizione di Drive to Survive fallisce miseramente anche in uno degli aspetti di maggior successo delle prime stagioni, ossia introdurre e caratterizzare quasi tutti i rookie. Hadjar e Bearman, protagonisti di weekend straordinari, non compaiono mai nella serie: il francese viene addirittura promosso in Red Bull negli ultimi secondi dell’ultimo episodio, senza fornire agli spettatori alcuna informazione sul suo percorso. Lawson, Doohan e Colapinto compaiono solo in funzione delle diatribe legate ai propri sedili, finendo in secondo piano rispetto ai veri protagonisti, Horner ed un Flavio Briatore sempre spavaldo di fronte alle telecamere. Bortoleto figura invece come comparsa nell’episodio dedicato al podio di Hulkenberg e all’improbabile rivalità tra Sauber ed Alpine.
Antonelli è il rookie che riceve la maggior attenzione in Drive to Survive, ma la sua esposizione è, con tutto il rispetto, eccessiva. La presenza dell’italiano è centrale in più episodi, occupando tanto spazio narrativo che poteva essere meglio distribuito tra la lotta per il titolo, gli altri rookie e gli altri team, dato che Aston Martin, Haas e Racing Bulls nemmeno compaiono in tutta la stagione. Il sesto episodio, incentrato sul confronto con le difficoltà di Hamilton in Ferrari, è ragionevole, ma ignora completamente le grandi stagioni di Leclerc e Russell, le cui vittorie sono a malapena menzionate. Dopo il documentario The Seat del 2025, ora risulta chiaro che Netflix ha individuato in Antonelli la prossima superstar della F1.
L’ottava stagione di Drive To Survive è quindi un assemblaggio di scene registrate nel paddock e condensate in otto episodi, dei quali solo quello incentrato sulla Williams e Sainz possiede un filo narrativo e logico coerente con la realtà e senza evidenti omissioni. Drive to Survive è oggi sostanzialmente inutile: un prodotto stanco e senza centro, che ha esaurito la sua funzione attrattiva e, anzi, rischia di respingere potenziali nuovi fan per le evidenti falle narrative e un approccio semplicistico e stereotipato dei suoi protagonisti. Ormai, la F1 produce da sola contenuti di qualità ben superiore sui propri canali social e su F1TV, rendendo la serie uno strumento di marketing passato e da sostituire per proseguire la propria crescita culturale.
