Il caso Vettel è archiviato. La Federazione ha giudicato non rilevanti le nuove prove portate dalla Ferrari, mettendo la parola fine alla vicenda e confermando l’ordine d’arrivo. In realtà in Canada, nel settimo round della stagione 2019, che si è disputato a Montreal, la gara non è stata persa da Sebastian Vettel, né tantomeno è stata vinta Lewis Hamilton. La vera perdente di Montréal è stata la Formula Uno stessa, intesa come sport, che ha incassato un brutto colpo, bruttissimo che non fa assolutamente bene alla sua immagine (a onor del vero già non nel suo apogeo).

Per la seconda gara consecutiva, di fatto, il risultato finale della gara è stato influenzato e dettato da penalità inflitte in corso d’opera ai driver di volta in volta interessati (in Canada Vettel, a Monaco Verstappen), e non da quello che è stato il verdetto della pista, da sempre ritenuto giudice supremo di questa disciplina.

F1

Sconfitta la F1, resta da decretare il “vincitore” di quella che è stata la gara Nordamericana.
Vincitore che, arrivati a questo punto, non può che essere il regolamento, ormai sempre più spesso tirato in ballo con il ruolo di ago sulla bilancia per quanto riguarda i risultati. Ma, ora, bisogna porsi (anzi dovrebbero farlo FIA, Liberty Media e i team) un quesito fondamentale, che in qualche modo può tracciare le future linee guida di questo sport.

La Domanda, con la D maiuscola è la seguente:

È preferibile una Formula Uno “old style”, una giungla con piloti liberi di correre a proprio piacimento, capaci tutto pur di ottenere un risultato, governati da poche e poco restrittive regole, oppure è preferibile una F1 2.0 dove la parte racing viene subordinata al rispetto maniacale delle regole?

Personalmente non intendo, e non posso in questa sede, esprimere un giudizio, ma mi limiterò alla semplice analisi di quella che sembra essere la volontà dei tifosi, della gente comune. I fan, sono sostenitori di una Formula Uno vecchio stile, con poche e chiare regole, dove vince chi taglia per primo il traguardo, e fieri oppositori dei mille cavilli regolamentari (sia in ambito sportivo che in ambito tecnico, anche se sulla parte tecnica andrebbe aperto un capitolo extra). Ma va bene, i fan sono i fan, e la recente tendenza ad ascoltarli non è molto elevata, ma allora si guardino i dati degli ascolti e gli indici di popolarità dello sport per trovare una risposta.

E allora risulta chiaro che quello che i fan vorrebbero è quello che fa, anzi farebbe, bene allo sport.
I dati infatti rivelano che l’apice di gradimento, ascolti e popolarità del Circus si è registrato o nei momenti di dominio Ferrari, o nei momenti dove le gare erano gare (anni ’70/’80/’90) con piloti liberi di correre, con manovre al limite ma spettacolari, poche semplici regole e duelli rusticani dove il vincitore e il perdente erano decretati dalla pista e non dagli stewards.

Proprio quegli anni, come detto, hanno portato la F1 ad essere l’opposto di quella di oggi, florida in termini di ascolti e sulla bocca di tutti, mentre oggi si sta vivendo una carestia di ascolti (dovuti non solo alle regole ma anche alla questione pay-tv) e risulta amata solo ai fedelissimi, tifosi di lunga data o giovani fan dotati di una passione estrema, mentre non è più appetibile allo spettatore medio, occasionale.

Il mancato appeal sullo spettatore medio è causato e dall’assurda complessità della stessa categoria (vedi gomme, regole tecniche, strategie, auto complesse), e a causa della mancata rispondenza tra pista e risultati ufficiali. A questo punto, la F1, cioè Liberty Media che la gestisce, dovrebbe decidere quale delle sue strade imboccare, quella senza dubbio più popolare gradita ai racer e ai fan, garante di maggiore spettacolo e capace di fare breccia sui tifosi non proprio instancabili, oppure quella impopolare (ma rispettabile e condivisibile anche in nome della sicurezza) di mettere le regole davanti a tutto e tutti, rendendo però la categoria meno spettacolare e decisa talvolta a tavolino.

Questa seconda strada in favore delle regole, va detto, porterebbe la categoria a rinnegare se stessa, ovvero ciò che l’ha resa grande, dato che nell’immaginario collettivo degli appassionati sono ancora ben vivi duelli ed episodi molto molto al limite della legalità che hanno però reso lo sport popolarissimo. (Anche se sull’applicazione delle regole ci sarebbe da parlare vista la non uniformità delle sanzioni da gara a gara).

Dunque, tirando una somma, è tempo delle decisioni nella sala dei bottoni della massima serie motoristica, e occorre farlo in fretta, perché alla lunga una, due, tre sconfitte pesanti come quella di Montréal potrebbero avere pesanti ricadute sullo sport. La F1, forse, una volta tanto dovrebbe mettere da parte la sua visione delle cose, per abbracciare le idee dei fan (che alla fine sono i veri giudici dello sport) e ribaltare la situazione ed iniziare, dall’incassare sconfitte, a inanellare vittorie, dal punto di vista mediatico ovviamente, per rilanciare uno sport non certo lucente come un tempo, ma con al suo interno una quantità abnorme di potenziale tutto da sprigionare.

Alessio Ciancola

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